Introduzione allo zazen – Doghen

Immoto: perché star seduti in silenzio?

La parola zazen vuol dire essere profondamente immersi nella realtà stando seduti. Viene allora da pensare che ciò che più conta sia immergersi nella realtà, rispetto allo stare seduti: invece, a meglio riflettere, noi siamo già immersi nella realtà, la qual cosa non dipende da noi ma è un fatto che sussiste, che, in un certo senso, ci precede. Io sono, perché sono immerso nella realtà. Neppure un atomo del mio essere, neppure il più insignificante dei miei pensieri, nulla di nulla è fuori dalla totale profondissima immersione nel flusso vitale che definisco realtà. Per cui il problema non è se sono o non sono immerso nella realtà, ma come ci sto immerso. Lì gioca la mia libertà, la mia volontà, la mia intenzione, e anche la mia fede, che non hanno invece giurisdizione alcuna sull’immersione in sé. Ecco allora che lo Zen propone lo stare seduto come modo più adatto per essere totalmente presente nell’immersione che mi fa essere. Infatti un altro termine giapponese per dire zazen in modo ancora più scarno e preciso è shikantaza, che vuol dire letteralmente con tutto me stesso proprio stare seduto. L’attenzione va quindi concentrata sullo stare seduto, perché quella è la mia parte: a quello io posso dire sì o no. Va perciò chiarito il perché dello stare seduto.

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Detto in una parola, perché essere seduto è la forma ideale dello stare immobile da desto. E stare immobile da desto è la forma ideale per essere presente con tutto me stesso alla totale immersione nel flusso vitale che mi fa essere. Immoto e sveglio, io spalanco me stesso: e verifico che il movimento della vita è tutto presente nella mia immobilità. Mi accorgo, fin oltre la mia cosciente consapevolezza, che quando non faccio assolutamente niente, stando immobile, tutta l’energia della vita è comunque presente e in moto. Immoto, in moto: nell’assenza totale di movimento, la presenza di tutto il movimento. Quel movimento che è prima dei miei movimenti, senza il quale nessuno dei movimenti, fisici e mentali, sarebbe possibile. È allora l’abbandono di ogni movimento che mi fa sapere di essere immerso nella sorgente di ogni movimento. Lì, nel movimento che è prima dei miei movimenti, prima di essere io sono: ma non c’è niente di speciale in questa condizione, nella quale ogni cosa è già da sempre immersa.

Stare seduto è il modo che rende facile lo stare davvero immobili e l’essere svegli. Curare la posizione che permette l’immobilità vegliante è dunque tutto ciò che dobbiamo fare. Per questo quella cosa che chiamiamo zazen consiste nello stare seduti e basta. Tutte le indicazioni meticolose sulla posizione non sono che aiuti per trovare la nostra posizione in cui stare immobili e desti e quindi affidarci ad essa come unico supporto.

Così forse si comprende un po’ meglio perché non si tratta di meditare, né, a rigore, di praticare; perché non ha niente a che fare con il benessere o il malessere, con il migliorare se stessi o con il divenire perfetti; perché è, a un tempo, la cosa più insignificante e ordinaria, e la più significativa e straordinaria; perché non serve a niente, ed è necessaria; perché è sempre uguale, e ogni volta è la prima e unica volta; perché basta un solo minuto, e più si sta lì meglio è.

 

Fukanzazenghi

La forma dello zazen che è invito universale.

Eihei Doghen

La via originariamente è intrinseca ovunque in modo perfetto,
perché pretenderla attraverso pratiche e risvegli?
Il veicolo della verità è incondizionato e presente,
perché sprecarsi in accorgimenti?
Ancora: Tutto non solleva affatto polvere,
perché credere nei metodi per purificarlo?
Il centro non si allontana da qui,
ehi! non girovagare col corpo e con la mente in pratiche religiose.

Eppure, se dai origine anche al minimo scarto, il cielo e la terra si fanno incommensurabilmente lontani; se dai adito al pur minimo “mi piace – non mi piace”, il cuore si smarrisce nella confusione. Per esempio, chi si vanta della consapevolezza raggiunta, chi abbonda di illuminazione, chi è riuscito ad adocchiare la sapienza, chi ha ottenuto la via, chi ha chiarito il cuore, chi ha dato impulso all’ideale di scuotere il cielo: altro non fa che trastullarsi nei pressi della soglia del nirvana, però ignora quasi del tutto l’operoso sentiero della libertà.

Vedi anche l’orma dei sei anni di perfetto zazen del Budda, il sapiente della vita; ascolta l’eco dei nove anni trascorsi seduto di fronte al muro da Bodidarma, colui che ha trasmesso il sigillo del cuore della via. Così furono i santi antichi, così deve praticare l’uomo d’oggi.

Perciò smetti la prassi di cercare detti e investigare parole; impara a rientrare in te stesso e a guardare il tuo vero modo di essere. Così il tuo corpo e spirito con naturalezza è abbandonato e appare il tuo volto originario. Se ambisci ad acquisire questo, subito devi impegnarti in questo.

Per lo zazen è ideale un posto tranquillo; bevi e mangia con regolarità. Liberati e sii separato da qualsiasi tipo di relazione e di rapporto, lascia riposare qualsiasi iniziativa. Senza pensare né al bene, né al male, non curarti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Interrompi l’attività del cuore, della mente e della riflessione. Interrompi le indagini del pensiero, dell’immaginazione, della contemplazione. Non misurare quanto hai realizzato la via (misurare Budda): essa non ha niente a che fare con lo stare seduti o sdraiati.

Di solito si mette un cuscino quadrato, largo e spesso, sul pavimento e, sopra questo, un altro cuscino alto e rotondo su cui ci si siede. La posizione è con le gambe incrociate o in modo completo, o in modo incompleto.

Nel primo caso mettere il piede destro sulla coscia sinistra, e il piede sinistro sulla coscia destra. Nel secondo caso soltanto il piede sinistro sulla coscia destra.

Indossa un vestito comodo e pulito. Posa il dorso della mano destra sul piede sinistro e il dorso della mano sinistra nel palmo della mano destra. Le punte dei pollici devono toccarsi leggermente. Siedi eretto, senza inclinare né a destra, né a sinistra, né avanti, né indietro. Le orecchie devono essere in linea con le spalle, il naso deve essere in linea con l’ombelico. La lingua riposa contro il palato. Le mascelle e le labbra sono chiuse senza sforzo. Tieni sempre gli occhi aperti. Respira tranquillamente attraverso il naso. Dopo avere regolato la posizione nel modo descritto, espira tranquillamente e poi inspira. Fa qualche movimento ondulatorio con tutto il corpo a destra e a sinistra. Quindi siedi immobile.

La disposizione del tuo pensiero si posi su questo fondo del non pensiero. Come la disposizione del pensiero si posa sul fondo del non pensiero? Non pensandoci. Ecco, questo è il fulcro distintivo dello zazen.

Questo zazen non consiste nell’imparare a meditare. Semplicemente è la porta reale della pace e della gioia, è la pratica del risveglio che esaurisce l’essenza della via. Il presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela dei condizionamenti e delle illusioni. Se trovi dimora in questa direzione dello spirito, è come il drago che trova la sua dimora nell’acqua, assomiglia alla tigre che si sdraia nella montagna. Occorre conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione. Quando ti alzi dallo zazen muovi il corpo adagio, alzati in modo tranquillo, non muoverti in modo violento.

Andare oltre il mediocre e andare oltre il santo, perfino trapassare in zazen o morire in piedi: tutte queste cose, che da sempre sono tenute in considerazione, affidale completamente a questa forza. Inoltre, anche il perno dell’insegnamento impartito scuotendo un dito, una canna, un ago, un martello, anche l’avvertimento fornito con lo scacciamosche, col pugno, col bastone, con il grido, tutto questo non scaturisce dall’avere bene valutato e discriminato, e non credere che derivi dalla conoscenza di poteri magici. Sono comportamenti la cui autorità va oltre ciò che si sente e ciò che si vede, scaturiscono completamente dalla norma che è prima della conoscenza intellettuale.

Così è! Quindi, senza discutere di sapienza e di stupidità, non discriminare fra uomo che vale e uomo stolto. Buttare tutto te stesso in questo: ecco è il cammino religioso. La pratica del risveglio per sua natura non produce contaminazione e, attuandola, diviene sempre più piana e costante.

Coloro che, in questo mondo come altrove, in Occidente e in Oriente, vivono così, sono quelli che portano il sigillo della via e per di più fanno soffiare liberamente il vento della verità. Essi semplicemente si applicano nello zazen, e lo zazen li sostiene nella costanza della pratica. Ci sono infinite situazioni differenti, ma tu pratica con tutto il cuore la via dello zazen. Non disertare il posto che è dimora della tua pratica, e non girovagare altrove nel polveroso mondo. Se sbagli un passo, inciampi e devii dalla direzione. Hai già il fulcro della via che è il corpo umano, non attraversare il tempo invano. Hai da preservare e applicare l’essenza della via di Budda, chi vorrà questa scintilla goderla in modo vano? Non solo, i fenomeni sono come la rugiada dell’erba, il corso della vita assomiglia a un lampo, all’improvviso, ecco, sono nulla, in un attimo, ecco, finiscono.

Questa è la mia preghiera: che coloro i quali compongono la nobile corrente dei praticanti, avendo a lungo imparato a tastoni attraverso imitazioni, non disdegnino ora il vero drago.

Avanza con energia nella via diritta e radicale, rispetta l’uomo che tronca l’affidarsi al sapere e annulla l’affidarsi all’agire, entra nella compagnia di coloro che vivono l’essenza della via, eredita la pace di coloro che hanno praticato prima di te. Se a lungo compi questo, certamente diventi questo. Lo scrigno dei tesori si apre da se stesso, e tu ricevi e usi a volontà. […]

(Questo è il primo testo scritto da Doghen nel 1227, subito dopo il suo ritorno in Giappone dalla Cina. Traduzione dal testo originale di p. Luciano Mazzocchi e Jiso G. Forzani).

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