Le parole e il silenzio – Ghesce Tenzin Tenphel

La pratica dell’amore e della compassione deve cominciare proprio da vicino. La prima persona di cui prendersi cura siamo noi stessi, ma questo non vuole assolutamente dire che se ci si prende cura di se stessi si devono ignorare gli altri!
 
Qual è il modo di prendersi cura di se stessi?

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Mangiar bene, dormire, vestirsi, andare a lavorare, passare il tempo libero in chiacchiere… è questo il modo di prendersi cura di noi stessi? È qualcosa di utile per la nostra vita?
 
Tutte queste attività hanno senz’altro un qualche beneficio, ma non ci aiutano in profondità, non sono le cose che ci danno ciò che cerchiamo: pace e felicità.
 
Se volete avere pace e non volete la sofferenza, dovete capire bene da dove proviene la sofferenza e da dove proviene la pace.
 
La sofferenza non nasce senza causa.
 
Pensiamo che in qualche modo siano gli altri, con il loro modo di trattarci, con le loro azioni e le loro parole, a danneggiarci o disturbarci, per esempio sul lavoro.
 
Insomma, pensiamo che le cause provengano dall’esterno. In qualche modo questo è in parte vero, ma per eliminare questo tipo di situazione dobbiamo osservare, e cambiare, proprio noi stessi.
 
Siamo noi che, per primi, dobbiamo interrompere il nostro comportamento nocivo nei confronti degli altri, il nostro danneggiarli, i nostri modi sbagliati di interagire nelle varie circostanze.
 
E come è possibile interrompere questo comportamento?
 
Possiamo provare a bloccarci per un po’, ma non resisteremo a lungo.
 
Per fare cessare veramente questo comportamento, e per sempre, dobbiamo intraprendere un profondo lavoro interiore, su noi stessi.
 
Per esempio, per non irritare gli altri dobbiamo smettere di arrabbiarci, per smettere di irritare gli altri sul lavoro dobbiamo eliminare la nostra invidia, e così via.
Riflettendo, ragionando, studiando le scritture, ci renderemo conto che le cause della sofferenza e della felicità sono proprio dentro di noi.
 
È anche per questo motivo che il parlare troppo non è positivo. Dai discorsi nasce il desiderio, la gelosia, l’invidia, la rabbia, l’orgoglio.
 
Quando parliamo con gli amici, di solito non circolano parole buone ma pettegolezzi e critiche su questo e quello. Ricordiamo quanto di sbagliato gli altri stanno facendo nei nostri e altrui confronti, e mentre parliamo crescono la rabbia, il risentimento, l’attaccamento, l’invidia.
 
Se parliamo senza una vigilanza su noi stessi, senza controllo, la nostra rabbia, la nostra invidia non si attenueranno, anzi, avverrà il contrario.
 
Esistono molte pratiche lungo il sentiero e molti livelli di pratica, ma una, importantissima, è quella di rimanere in silenzio. Per noi è una pratica davvero difficile. Cerchiamo di metterla in atto per un giorno, per due, poi…
 
Abitualmente parliamo troppo, e quando decidiamo di stare in silenzio sembra che ci manchi qualcosa, quindi viviamo un senso di sofferenza. Inoltre, se ci manca l’opportunità di parlare con i nostri amici, ci sentiamo un po’ infelici.
 
Perché succede questo? Perché siamo troppo abituati a parlare.
 
Io stesso mi accorgo che se vado a trovare gli amici un po’ di giorni di seguito, il giorno in cui non vado e viene quell’ora in cui di solito ero con loro, mi viene una strana sensazione di malessere. Inoltre, succede anche che l’amico, se non lo frequentiamo come d’abitudine, comincia a chiedersi cosa è successo o magari si offende.
 
Allora ogni tanto va bene stare insieme agli altri, ma non bisogna farne un’abitudine.
 
Anche qui ci sono persone che vanno tutti i giorni al bar. Proprio perché siamo persone ordinarie, non ci fa bene prendere queste abitudini, eppure facciamo fatica a capire come questo possa danneggiarci.
 
Cominciate a interrogarvi, a riflettere, specie se volete praticare e dite a voi stessi di non avere tempo per farlo.
 
Non sto dicendo di non andare mai più al bar! Sto soltanto facendo l’esempio di un’abitudine che vi fa sprecare il tempo.
 
Se andate al bar sette giorni su sette, provate a stare un giorno senza andarci. Quell’ora o mezz’ora che passereste lì, quel giorno usatela per praticare il sentiero spirituale.
 
Il tempo, se lo cerchiamo, lo troviamo.
 
Dobbiamo fare di noi un bambino, e con una parte di noi essere l’insegnante, il maestro di questo bambino. Il bambino ha bisogno di controllo da parte dei genitori, altrimenti, lasciato a se stesso, farà molti danni. Vi sono molte situazioni in cui dobbiamo essere capaci di vigilanza, di controllo. Il bambino può rompere un bicchiere, ma noi, come adulti, compiamo errori molto più seri: distruggiamo il nostro tempo, la nostra pratica.
 
A molti non piacerà ciò che dico, ma se parlare è un ottimo modo di far passare il tempo, dobbiamo cercare di parlare meno.
 
Come ho detto per il bar, possiamo decidere di fare un giorno di silenzio: stare in casa, staccare il telefono… Può darsi che allora la nostra rabbia, la gelosia, il risentimento, l’attaccamento, si mostrino in modo forte, ma senz’altro avremo molta più pace che a buttare fuori queste emozioni con gli altri. Un po’ alla volta stabiliremo una connessione positiva con il silenzio, e sarà sempre più facile e più utile.
 
Tutte le pratiche del sentiero, per funzionare, devono diventare piacevolmente familiari.
 
Per iniziare, mantenere e sviluppare la pratica del sentiero, impariamo a stare in silenzio.
 
Occorrerà del tempo, ma avere fretta chiude la mente, la agita. Non bisogna avere fretta.
 
Come principianti, ci possiamo scoraggiare o preoccupare se non riusciamo a fare bene le cose, ma questo tipo di mente è un ostacolo. Dobbiamo dirci ‘va bene, domani farò meglio’, e continuare a praticare. Continuare.

(Da: Siddhi, periodico di Buddhismo Mahayana)

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