Stare con la vita e viverla così com’è – Charlotte Joko Beck

“Il primo esempio è la bacinella per lavare i piatti. Io divido l’appartamento con Elizabeth e, da quando non lavoro più, passo quasi tutto il giorno in casa. Bene: lavo i piatti, sciacquo il lavandino e ci metto dentro la bacinella pronta per accogliere le tazze che si useranno durante la giornata. Dato che faccio così, è il modo giusto, non vi pare? Ma, quando Elizabeth lava i piatti, capovolge la bacinella perché asciughi. A pranzo sono da sola e faccio quello che voglio, ma alle cinque Elizabeth rientra. E penso: «Sono un uomo o un coniglio? Come metto la bacinella? Come vuole Elizabeth?». Allora, cosa faccio? Di solito dimentico la faccenda e lascio la bacinella nel mio solito modo.

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C’è un’altra storia con Elizabeth. Abito con lei ed è una persona piacevolissima, ma non potremmo essere più diverse. La mia felicità è trovare nell’armadio qualcosa da buttare via, è bellissimo… mentre Elizabeth, che ha tre paia di ogni cosa, non butta via niente. La conseguenza è che, ogni volta che cerco una cosa, non la trovo perché l’ho buttata via, mentre Elizabeth non la trova perché ne ha troppe.

Ancora un esempio, poi arriviamo al punto. Sapete com’è andare al cinema con mia figlia? «Ma’, i tuoi gusti sono impossibili», mi dice. E io: «Ah sì? E quel film che abbiamo visto perché tu volevi andarlo a vedere?». E giù a litigare finché naturalmente andiamo a vedere… un film qualunque.
Qual è la morale? Anche se in fondo potrei curarmi meno della bacinella per i piatti, la pratica non cancella tutti i nostri piccoli, personali ghiribizzi nevrotici. Né mia figlia né io abbiamo un vero interesse per il film che vedremo, ma i battibecchi sono la vita, il suo lato buffo. Capite? Non c’è bisogno di analizzarlo, sviscerarlo o ‘dialogarne’. La bellezza della vita è che… è perfetta così com’è.
Potreste obiettare che va bene per questioni banali e di poca importanza, ma i veri problemi, che straziano e angosciano? Non sono diversi. Se muore una persona cara, la bellezza della vita è essere il vostro strazio, essere ciò che siete. Viverlo nel modo in cui voi lo vivete, che è il vostro modo di essere, non il mio. La pratica è l’apertura a stare con ciò che è. Anche ‘apertura’, ‘disponibilità’ non sono probabilmente le parole giuste. In generale, come ho voluto comunicarvi con questi esempi, la vita è comica; non si può dirne altro. Ma non ne vediamo il lato buffo. Vogliamo che l’altro sia diverso: «Devi essere come voglio io!». Poi, quando arriviamo al vero momento di crisi, lo so, non è divertente, ma è comunque ciò che è, è comunque perfetto.

Vediamo un altro punto. Ritengo che la pratica, per farci crescere debba trasformarsi nella capacità di stare con la vita e viverla così com’è. Ciò non significa non avere le vostre idee al proposito, né opinioni personali sulla faccenda. Le avete! Il punto non è questo, bensì affrontarle in modo diverso. La pratica, in sintesi, consiste nello spostare sempre più avanti ciò che chiamo il ‘punto di stacco’, in modo da accogliere sempre più cose. All’inizio siamo in grado di accogliere poche cose; in sei mesi, altre; in un anno, altre ancora; in dieci anni, chissà quante. Il punto di stacco rimane; tutti l’abbiamo e ce lo porteremo dietro per tutta la vita.

Più la pratica si fa precisa e più avvertiamo le nostre manchevolezze, la nostra incredibile crudeltà. Vediamo tutto ciò di cui non siamo disposti a prenderci cura, tutto ciò che non riusciamo ad accettare, tutto ciò che odiamo, tutto ciò che non sopportiamo. E se abbiamo praticato per molti anni questa scoperta ci addolorerà. Ma ciò che non vediamo ancora è lo spazio che con la pratica cresce, lo spazio in cui riusciamo ad avere compassione per la vita, proprio perché è così com’è.”

(Da: Zen quotidiano di Charlotte Joko Beck)

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