L’epoca delle specializzazioni deve finire – R. Panikkar

Introduzione

Dopo 6.000 anni di esperienza umana – e questi saranno i miei termini di raffronto in quanto rappresentano la coscienza storica dell’uomo – è arrivato il momento di avere il coraggio, e anche l’umiltà, di interrogarsi sui senso globale dell’avventura dell’uomo sulla terra.

L’alternativa è ineluttabile: o l’umanità entra in un nuova fase che potremmo definire post-istorica e rappresenta una mutazione dello stesso essere umano, o una minoranza della specie ominide farà esplodere il pianeta provocando un aborto cosmico che viola le viscere della terra e lo schiudersi della vita.

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In altre parole: l’epoca delle specializzazioni che tanto hanno dato all’uomo (anche se ad altissimo prezzo) deve finire, se vogliamo sopravvivere come abitanti di un pianeta vivo. La specializzazione è quella attività che si accosta a un settore della realtà con un metodo così «specifico» da non consentire di essere applicato a nient’altro. Dato però che l’uomo non può rinunciare a una visione della totalità, sussiste sempre il pericolo dell’estrapolazione. Si vorrà sempre comprendere la totalità estrapolando l’uso di un metodo specifico. Si è prodotto così non solo lo scientismo, il pragmatismo, lo storicismo, ma anche la visione meramente oggettiva, come quella puramente soggettiva delle cose e altri compartimenti stagni: in una parola, la frammentazione della conoscenza e della attività umana. Molto diverso dalla specializzazione è il metodo della concentrazione, che non divide in segmenti la totalità ma vi partecipa, cercando punti di congiunzione di quegli aspetti della realtà che investighiamo. Bisogna porsi a questo livello di critica radicale. Non farlo è miopia. Si comprende però anche la reazione piena di senso comune di gran parte della umanità: dato che non sembra si possa far nulla per porre rimedio alla situazione mondiale, è meglio essere miopi che cadere o nella disperazione o nel cinismo. Il cinismo si manifesta in «menefreghismo» ed egoismo; ci spinge a essere complici di qualunque cosa pur di venirne fuori. La disperazione porta alla violenza fisica, morale e intellettuale. Si perde la speranza perché ci si sente in un vicolo cieco. E da quel vicolo non si esce. Condizionati dal mito del progresso, ci impegniamo a proseguire per quel vicolo (più tecnologia, più armamenti, più soldi, più opzioni, più conoscenze, più informazione, più scoperte, più partiti…). Smarriti nel labirinto della modernità, come su un’autostrada, non possiamo tornare indietro e non vediamo che solo una trasformazione radicale o metamorfosi (metanoia) ci può salvare. Quello che è grave è che l’uomo non si è pentito ancora del suo progetto storico, che ha avuto il cinismo di chiamare umano. È proprio per questo motivo che non arriva il regno di Dio, la cui condizione è il pentimento. Non vogliamo, o non possiamo riconoscere i nostri torti, rettificare la nostra traiettoria, cambiare rotta. Dio si è pentito di aver creato l’uomo, dice la Bibbia. Noè lo fece desistere dal suo disegno di distruggerlo. L’uomo però non ha ancora imitato Dio: non si è pentito ancora del proprio progetto storico di cui è tanto orgoglioso. La pura coscienza storica rivolta solo al futuro è la caduta originale: i nostri progenitori caddero vittime dell’allucinazione di quel futuro («sarete come Dei») che prometteva loro di diventare quello che già erano. Da lì l’istinto letale dell’uomo storico. L’affermazione di san Paolo raggiunge qui tutta la sua forza: «Il prezzo da pagare per il peccato è la morte», che qui potremmo tradurre dicendo: la morte deriva dal progetto esclusivamente storico dell’uomo, dalla sua fuga dal presente (forse perché ha vergogna di se stesso) verso un futuro lineare che va allontanandolo sempre più dalla sua vera natura. Saremo capaci di innescare un regresso creatore che ci consenta di compiere un nuovo salto nella vita dell’universo?

Ho così introdotto il mio tema, in quanto la morte è il problema che medicina e religione hanno in comune. E questo lo sfondo per trattare un tema tanto vasto e difficile quale quello di medicina e religione.

Colligite quae superaverunt fragmenta, raccogliete i frammenti rimasti, sono le parole di Cristo dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. E io mi avvalgo di quelle parole per dire che questa esortazione del Vangelo non significa solo che dobbiamo raccogliere i rifiuti del festino del «primo mondo», ma che dobbiamo ascoltare l’esperienza e le conoscenze acquisite nel corso di questi millenni per incanalare non solo il destino della storia ma l’avventura stessa della realtà. Queste coordinate mi sembrano le uniche rispondenti al momento storico presente.

(Da: Raimon Panikkar – La religione, il mondo e il corpo)

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https://it.wikipedia.org/wiki/Raimon_Panikkar
Fonte



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