Togliersi la freccia dall’occhio – Lodro Rinzler

L‘altra sera ho bevuto qualcosa con un amico. È reduce da una difficile separazione, e faceva quello che tutti facciamo in situazioni del genere: tentava di individuare le cause e le circostanze che avevano determinato la fine del suo rapporto. A un certo punto ha alzato lo sguardo dalla birra e ha formulato la sua conclusione: “Mi sono semplicemente aspettato troppo da lei. E lei si è aspettata troppo da me”.

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In un certo senso, ha ammesso, ciascuno dei due aveva preteso qualcosa che l’altro non aveva intenzione di dargli. E poi entrambi si attendevano che con il tempo l’altro sarebbe cambiato per adattarsi a quelle aspettative. Come il mio amico ha scoperto, ogni volta che fissiamo delle aspettative in modo così irrevocabile è sicuro che restetemo delusi.

Questo principio fondamentale è valido non soltanto per le relazioni sentimentali, ma per tutti gli aspetti della vita. Per alcuni, andare a trovare i genitori e un po’ come regredire agli anni dell’adolescenza, vi aspettate di entrare da adulti nella casa dell’infanzia, ma le vecchie idee si sono abbarbicate sulla facciata della casa, e invece di parlare di politica e di film vi ritrovate a portare fuori la spazzatura, a rastrellare le foglie e a litigare su questioni vecchie di decenni. Questo livello di aspettativa non è ciò che avevate previsto, ma tende continuamente a rialzare la testa sotto forme differenti. L’aspettativa è una brutta bestia, sempre in agguato, pronta a catturarci tutti.

Se osserviamo l’aspettativa più da vicino, notiamo che vi rientrano due componenti fondamentali: la speranza e la paura. Speriamo di trovare la felicità in un nuovo ruolo lavoro, ma temiamo di ritrovarci circondati da quella mentalità aziendale che avevamo imparato a disprezzare. Speriamo di ricevere un bel regalo di compleanno. Abbiamo paura di quel brutto quartiere che dobbiamo attraversare per tornare a casa. Indipendentemente dallo scenario, desideriamo il piacere e ci teniamo alla larga da ogni potenziale dolore. L’esistenza di quasi tutti noi è governata da queste semplici reazioni.

C’è un’immagine tradizionale del samsara che è molto famosa. Formalmente nota come i dodici anelli della causalità, descrive dodici elementi che formano il solido senso dell’io che ciascuno di noi coltiva per tutta la vita. Uno di questi anelli raffigura un uomo con una freccia nell’occhio.

Per quanto possa risultare raccapricciante, questa immagine in un certo senso mi piace. Quel signore con una freccia conficcata nell’occhio rappresenta il modo in cui sviluppiamo le sensazioni che riguardano il nostro mondo. Quando percepite qualcosa, che si tratti di una fetta di torta o della prospettiva di una nuova carriera lavorativa, è probabile che abbiate una di queste tre reazioni fondamentali, basate sulla speranza e sulla paura. Potreste desiderarla, e impegnarvi attivamente a volerla e a bramarla. Potreste vigorosamente prenderne le distanze, disprezzandone la sola idea e opponendovi a essa. O potreste semplicemente limitarvi a ignorarla, sperando che sparisca. Qualunque cosa si presenti nella vostra vita, osservate con quanta rapidità assumerete immediatamente una di queste tre reazioni di passione, aggressività e ignoranza.

Il nostro uomo con una freccia nell’occhio non è diverso da voi o da me. Vuole essere felice però ha quella freccia conficcata in lui, e gli fa male, armeggia di continuo con la freccia. Pensa: “Se riesco a spostarla un po’ verso destra, non mi farà più male. N0, non funziona! Adesso provo a rigirarla verso sinistra. Ahi. Va bene, la spingo un po’ più dentro e vediamo se va meglio”. Continua a non cercare altro che il piacere, e desidera liberarsi del dolore; tuttavia, nonostante i tentativi, non riesce ad attenuare la sua sofferenza.

Se strutturate continuamente forti opinioni e aspettative, è esattamente come se vi conficcaste una freccia nell’occhio. È stupido ritenere che troveremo una felicità duratura tentando di cambiare le cose per renderle più conformi ai nostri desideri. Per esempio, Alex detestava andare al lavoro utilizzando i trasporti pubblici, così si è comprato un’automobile nuova. Mentre facevamo un giro in macchina insieme, ha detto che era meraviglioso, ma che voleva comprarsi un impianto stereo migliore. Si è comprato l’impianto stereo, ma dopo qualche mese ha cominciato a lamentarsi che la macchina consumava troppo. È andato avanti così finché la macchina non ha cominciato a guastarsi. Adesso parla dell’auto come di un ‘pozzo senza fondo’ che gli prosciuga il conto corrente e non gli procura alcun piacere. Quella macchina nuova è una delle tante frecce nell’occhio del mio amico.

Abbiamo passato tutta la vita armeggiando con le nostre frecce personali. Fino a quando non la smetteremo con le aspettative precostituite riguardo a come pensiamo le cose debbano andare, siamo destinati a continuare ad armeggiare con queste frecce, procurandoci dolore più grande nella ricerca di un più grande piacere.

Nella seconda parte ci siamo occupati dell’aspirazione a seguire il cammino del Mahāyāna, 0 grande veicolo. Il leone delle nevi è un aspetto del Mahāyāna. Rappresenta il Mahāyāna relativo, grazie al quale impariamo a sviluppare la compassione verso gli altri al fine di essere di beneficio al mondo. Si tratta di un aspetto enormemente importante del nostro cammino spirituale.

Tuttavia, se volete davvero essere di beneficio ma avete la testa piena di aspettative riguardo a come il mondo dovrebbe essere, non farete altro che andare la fuori e diffondere quelle opinioni precostituite. È come offrire un consiglio a qualcuno che non vi abbia ancora raccontato i suoi problemi: non funziona, perché state mettendo il carro davanti ai buoi. Analogamente, se non percepite in modo corretto la realtà, potrete anche pensare di fare il gesto più compassionevole possibile, ma si tratterà soltanto della Vostra interpretazione personale della compassione, e potrebbe anche non accordarsi con il punto di vista degli altri.

È qui che la prospettiva del Mahāyāna assoluto torna utile. Questo aspetto del cammino Mahāyāna riguarda direttamente la realtà e il modo in cui la percepiamo, ln questo momento, probabilmente, percepite voi stessi come un’unità solida, un io determinato, con certe opinioni e il suo modo di fare le cose. Alcune volte il mondo intorno a voi asseconda ciò che volete fare, altre vi sentite sballottati come un pallone da spiaggia a un concerto della Dave Matthews Band.

Basandovi su quanto accennato nei capitoli precedenti, sapete (almeno idealmente) che quel solido senso dell‘io si modifica in continuazione. Sapete che anche il mondo intorno a voi cambia costantemente. Armati di questa consapevolezza, potete fare una scelta. Potete combattere il samsara. È una strada che avete percorso per tutta la vostra vita. Conduce a farvi sballottare ovunque come quel pallone da spiaggia. In alternativa, potete staccarvi da tutti i punti di vista prefissati e percepire il mondo senza ricoprirlo con le v0stre fantasie. Anche se può apparire in contrasto con quello che fate normalmente, staccarvi dalle opinioni prefissate è come strapparvi la freccia dall’occhio e camminare spensierati nel mondo.

La pratica meditativa si fonda sul lasciar cadere i vostri punti di vista e i percorsi mentali prefissati, in modo da predisporvi a estrarre la freccia e a perdere quel solido senso di voi stessi. Siete impegnati in un percorso spirituale che attacca drasticamente il solido io distruggendo gli abituali modelli di riferimento sia durante la meditazione sia nella vita quotidiana. Oltre a Ciò, le pratiche della meditazione e dell’offerta di voi stessi agli altri hanno spostato l’accento lontano dal vostro io. È a questo punto che potete guardare al cammino del Mahàyàna assoluto, fondato sulla disintegrazione della dualità tra io e altro, e dimorare autenticamente nella vostra bontà fondamentale.

(Da: “Il Buddha entra in un bar” di Lodro Rinzler)

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Fonte

Manuale di vita per una nuova generazione


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