Se questa è vita
Se un paziente ha una malattia che è assolutamente certo di non poter curare con alcun mezzo, per lui è molto importante lasciar scorrere liberamente la sua vita, senza essere disturbato da trattamenti meccanici o artificiali. Dunque, è corretto rispettare il testamento che un paziente potrebbe aver lasciato in passato. E' questa la sintesi con cui il Lama Thamthog Rimpoche, direttore spirituale del Centro Studi Tibetani di Milano e guida spirituale dell’Unione Buddista, ha descritto il suo punto di vista religioso sulle questioni di fine vita. L’occasione è stata il convegno internazionale (29-30 marzo 2007) sulle dichiarazioni anticipate di volontà del morente, promosso dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato. Un confronto medico-scientifico, ma anche bioetico e con ospiti d’eccezione per le diverse religioni. Una sorta di “prove generali per una bioetica condivisa”, perché l’obiettivo, come ha spiegato Ignazio Marino, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, è scegliere un metodo di confronto che accolga e non contrapponga le sensibilità etiche e religiose di tutti.
Le principali confessioni, ha proseguito Marino, come del resto il mondo laico, sono orientate al rispetto e alla tutela della dignità dell’essere umano di fronte alla malattia e alla morte. E anche gli italiani chiedono un intervento giuridico sul tema, visto che secondo l'Eurispes il 75 per cento è a favore di una norma che regoli le direttive anticipate, e sette su dieci dicono sì all'eutanasia (Gli italiani vogliono la legge, Più consenso sull'eutanasia). Da qui si partirà per arrivare a un testo unificato sul testamento biologico (come aveva anche chiesto la Fondazione Umberto Veronesi, “Registriamo le volontà anticipate”), che nasca dalle otto proposte di legge presentate e dai numerosi contributi offerti dalle audizioni. Tuttavia, la medicina perfeziona sempre più la tecnica, meno la clinica. Dunque non può offrire guarigioni miracolose, ma può prolungare la vita del morente. Ecco allora che la questione cruciale, quella su cui si incentra il dibattito politico, giuridico e bioetico, riguarda la definizione di accanimento terapeutico, rispetto a quelle tecniche che consentono a pazienti terminali di restare in vita anche quando hanno perso la speranza di recuperare l'integrità intellettiva in conseguenza di una malattia (Sì al testamento biologico).
A tracciare una linea di confine tra il lecito e l'illecito, in rappresentanza delle diverse fedi, sono stati il Cardinale Javier L. Barragan, (presidente pontificio del Consiglio per la pastorale della Salute), Hassan Hnafi Hassanien (professore di filosofia all'Università del Cairo, che ha esposto le tesi dell'Islam) e Amos Luzzatto, medico e già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Quest'ultimo, grazie alla sua esperienza professionale, ha interpretato il concetto di agonia come quella fase della vita in cui è cominciato il processo irreversibile della fine. Per l'ebreo il fine ultimo è riempire la vita con i precetti, darle un contenuto etico. Nell'agonia questo non è possibile, dunque viene a mancare il contenuto stesso della vita. La domanda da porsi, allora, è: il soggetto in agonia è ancora vivente? Se la risposta, come ritiene Luzzato, è no, allora quando il paziente non è più in grado di operare delle scelte, deve aver operato delle scelte responsabili antecedenti, come il testamento biologico (La morte opportuna).
Contrario all'accanimento terapeutico (ostinazione nell'uso delle terapie inutili che non portano beneficio) anche il pontificio ministro della salute Barragan, che legittima il ricorso alle cure palliative, di cui si augura anche uno sviluppo. Ma il cardinale fissa con vigore i paletti oltre i quali vi è eutanasia: ogni azione od omissione diretta a sopprimere la vita di un malato terminale con il proposito di eliminare il dolore. E precisa: idratazione e nutrizione artificiale del paziente terminale “non costituiscono, di per sé, un accanimento terapeutico, ma il modo ordinario di soddisfare i bisogni del paziente, che non è in grado di aver cura di sé”. Un testamento biologico che, accettando le cure palliative, rinunciasse all'accanimento terapeutico sarebbe lecito. Purché non apra la strada all'eutanasia di fatto.
Sulla nutrizione, però, non la pensa allo stesso modo la comunità scientifica, rappresentata, nel convegno romano, da Maurizio Muscaritoli, professore di medicina interna all’Università di Roma La Sapienza. Le linee guida europee e americane definiscono la nutrizione “un trattamento medico fornito a scopo terapeutico o preventivo”, che non deve essere confuso con l’alimentazione. Non è una cura di base e spesso la sua sospensione non è la reale causa di morte.
Il dialogo tra scienza e religione deve passare, quindi, come ha auspicato Muscaritoli richiamando il recente documento della Società Italiana di nutrizione parenterale ed enterale (“Precisazioni in merito alle implicazioni bioetiche della nutrizione artificiale”), anche attraverso un approfondimento delle definizioni scientifiche e l’attuazione della Convenzione per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina firmata a Oviedo nel 1997.
Secondo Mario Melazzini, medico e presidente dell’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica, la relazione medico-paziente dovrebbe tornare a essere protagonista. Perché solo sburocratizzando la comunicazione, ascoltando con umanità il paziente, e riconoscendo i propri limiti si può prevenire quell’aggressività che è figlia della frustrazione del guaritore che non può guarire e madre dell’accanimento terapeutico.
Monica Soldano



Commenti
Cure palliative
Credo sia importante promuovere con tutti i mezzi la cultura delle cure palliative
saluti