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La luna nel secchio

"Un monaco aveva a lungo studiato e meditato per raggiungere il nirvana. Ma senza successo. Convinto di aver fallito il suo scopo, una notte si recò al pozzo per attingere l'acqua con un vecchio secchio di legno.

Tornando indietro, si accorse che l'immagine della luna si rifletteva nell'acqua del secchio. Si fermò ad ammirarla come in uno specchio. All'improvviso il manico si spezzò, il secchio cadde a terra e l'acqua si disperse, e, con essa, scomparve l'immagine della luna. Non più acqua, non più luna ... il monaco ebbe un'intuizione della verità".

Commento
Spesso pensiamo che i nostri sforzi non ci portino da nessuna parte, che l'obbietivo del nostro cercare non si raggiunga mai e sperimentiamo, come il monaco, un senso di fallimento. Questo è il risultato della tensione continua verso un obbiettivo e di un eccessivo attaccamento ai frutti delle nostre azioni. Quando però smettiamo di cercare e viviamo pienamente il presente, ecco che veniamo "cercati" e si apre a noi la vera natura della realtà: scompare la luna, l'acqua, il secchio, e con essi anche l'immagine distorta che avevamo di noi stessi, ed in un istante luminoso ci appare la verità. Lo studio e la meditazione ci preparano a questo incontro con la grazia di Dio. (F. Piras s.j.)

Commenti

La luna nel secchio

Su internet ho trovato anche quest'altro commento alla stessa storia:

"Bisogna sapere che è opportuno lasciare andare. E che cosa lasciare. Non basta dire: va bene, lasciamo libero sfogo ai nostri istinti, alla nostra natura. L'acqua va versata fino a che il contenitore non ne sia completamente riempito, fino a quando non strabordi da tutte le parti. Lo sappiamo che è un lavoro a vuoto, che porterà inevitabilmente al fallimento: non può che essere così. Chi cerca il nirvana, fallisce il suo scopo, sempre e comunque. Chi si impegna, pratica, studia, lavora su se stesso, per arrivare ad essere chissà quale uomo eccezionale, non coglie il centro. Questo è anche il significato esoterico della grazia.

L'abbandono è tale solo se è abbandono di qualcosa. È una pratica costante quella dell'abbandono. C'è qualcosa e abbandoni; c'è qualcos'altro e ancora abbandoni; ... .

Per questo il monaco era pronto. Non era un uomo "normale". La sua vita non era semplicemente quella di chi fa ciò che si sente di fare, pensa ciò che naturalmente pensa, ecc. Egli "aveva a lungo studiato e meditato per raggiungere il nirvana. Ma senza successo". È stata una svista grossolana da parte sua: intendeva la pratica come qualcosa da farsi a denti stretti, per raggiungere un certo obiettivo. Invece le mascelle vanno lasciate ben rilassate e soprattutto non c'è alcun fantomatico obiettivo da realizzare. Tuttavia - ecco il paradosso - il suo è stato un errore necessario. Bisogna fallire il proprio scopo: se vogliamo permetterci un gioco di parole, la realizzazione è innanzitutto realizzazione del fallimento del proprio scopo.

Poi la luna si riflette nel tuo secchio. La mente in stato di abbandono, la mente che ha lasciato la presa, la mente naturale, la mente pulita non fa altro che riflettere. Non aggiunge nulla: riflette, come uno specchio, ciò che si dà. Ma la realizzazione è qualcosa di sbalorditivo: è kensho, cioè fulminea realizzazione del proprio stato illuminato. È soprattutto una condizione di perfetta non-dualità. L'acqua e la luna che vi si riflette è ancora dualità. Il nirvana è invece realizzazione del vuoto, unità, perdita di tutto, esplosione, silenzio di ogni immagine. Quando non c'è più acqua e nemmeno luna, cosa sei? Sei?

Qualcosa di eccezionale, va bene; ma anche qualcosa di estremamente normale: prima c'era il secchio d'acqua e la luna che si rifletteva in essa; cade il secchio, l'acqua si disperde e con essa l'immagine della luna. Ora non c'è più nulla. Cosa c'è di strano in questo?"

(dal forum di meditare.it)

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