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La normalità di essere... buddhisti

Hanno una faccia normale, conducono una vita tranquilla, i dubbi esistenziali che si pongono sono condivisibili. «Non siamo diversi dagli altri. Cerchiamo solo una risposta alla sofferenza con la meditazione, respingendo i dogmi della nostra società», raccontano. Viaggio tra gli amici del "Centro buddhista della Via di Diamante" e le altre realtà bolognesi.

Ana apre la porta cadono tutti i dubbi, le ipocrisie e i pregiudizi. «Entrate, benvenuti». Accoglie tutti con un sorriso caldo e aperto.
Sono una ventina di persone (questo il nucleo storico; ma, spiegano, «qui di gente ne è passata tanta»), si ritrovano in un grazioso appartamento di via Santo Stefano e praticano gli insegnamenti del Buddha adottando la tradizione tibetana. E' una giornata particolare, questa: da Francoforte è arrivato il Maestro Markus Frolich, che alla tipica fisionomia alemanna abbina un'insolita simpatia e disponibilità al dialogo.

Sono tutti italiani, e quasi tutti bolognesi. Non fanno domande, non vogliono sapere nulla dei nuovi arrivati, li invitano semplicemente a seguirli. Al piano di sotto di questo appartamento del centro dai colori Ikea c'è una taverna molto ampia, dove Sax, il responsabile del centro, ha già steso i tappetini per ascoltare le parole di Markus. Il loro non è certo l'unico centro buddhista in città. Ne esistono infatti almeno altri tre: il Cenresig e il Shen Phen Choling, di tradizione tibetana, e la Soka Gakkai, di scuola giapponese. Il numero dei frequentatori è molto diverso, si va dai mille della Soka Gakkai ai 120 iscritti al Cenresig, al gruppo di amici di via Santo Stefano. Ma è difficile, anche per loro, distinguere tra praticanti buddhisti e semplici simpatizzanti, tra bolognesi ed emiliani che raggiungono il capoluogo per condividere la loro fede.

Daniela, che viene da Imola, è alla sua prima esperienza. Ha saputo di questo gruppo da Internet, e ha cercato di capirne di più. Il centro della Via del Diamante è uno dei quasi seicento fondati da Ole Nidhal in tutto il mondo, che ha avuto mandato direttamente dal XVI Karmapa, la più grande guida spirituale del Buddhismo tibetano. «Ole, nato in Danimarca, è tra i pochissimi occidentali pienamente qualificati come Lama - spiega Sax - in Italia ci sono altri cinque centri come il nostro (a Brescia e Milano i più grandi) e altrettanti gruppi». Tutti i centri di questo tipo hanno una struttura democratica e sono mantenuti in vita grazie al lavoro dei volontari. «L'affitto di questo bel posto? Ce lo paghiamo noi, ovviamente. Quando il gruppo era più sparuto ci radunavamo in una palestra». Ora possono fare meditazione più comodamente; si incontrano due volte alla settimana, il martedì e il venerdì. «Meditiamo, e poi qualche volta alla fine ci scappa una piada tutti insieme».

Frammenti di normalità, di bolognesità anche quando prendono in mano la loro mala, una sorta di rosario. La domanda che ci si pone, conoscendoli ad uno ad uno, è sempre la stessa: perché sono qua, cosa li ha spinti ad abbracciare questa religione così poco radicata nella nostra cultura. «Veniamo tutti per lo stesso motivo: perché vogliamo trovare soluzioni alla sofferenza», dicono Gianluca e Livio. La stessa ragione di fondo dei cristiani, dei musulmani, degli ebrei. «Ma questa è una religione priva di dogmi: non c'è nessuna impalcatura, nessuna sovrastruttura, soltanto la pratica dell'indagine dentro la nostra mente», racconta Domenico. «Io sono fuggito, sette anni or sono, dalla cultura dominante in Italia ed Europa fatta di regole e prese di posizione».

I buddhisti vivrebbero più liberamente, dunque, di cristiani e musulmani perché l'ingerenza della religione nella vita di tutti i giorni è meno pesante, anzi: inesistente. «I buddhisti si comportano ogni giorno secondo la propria coscienza, cercando di perseguire la propria felicità e di fare del bene agli altri. Ma nessun comportamento è vietato o scorretto di per sé. Chissenefrega se sei omosessuale, se convivi o sei divorziato». Ma questo proliferare di centri buddhisti in Italia ed Europa, con i personaggi famosi che si convertono (da Roberto Baggio a Marco Columbro) e raccontano la loro nuova vita, rischia di generare un effetto-moda. «Ce lo siamo chiesti anche noi - risponde Domenico - Il rischio c'è, ma sono passati almeno trent'anni da quando il Buddhismo ha messo le prime radici in Italia. Sembrano pochi? Le mode di solito durano il tempo di una stagione».

Micol Lavinia Lundari

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