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Ma la fede aiuta nella guarigione?

Un articolo che fa il punto sulla ricerca: i cosiddetti "poteri della spiritualità sulla salute" osservati con ammirevole neutralità. Una visione che, pur rispettando eccellentemente ogni credo, non prescinde dalla dimensione laica ed interculturale della religiosità.

La maggioranza dei medici americani è convinta che nel processo di guarigione la religione eserciti un'influenza positiva e, per oltre la metà di essi, l'intervento di un'entità superiore può essere determinante. È il risultato di un sondaggio condotto dai ricercatori dell'Università di Chicago e pubblicato sulla rivista Archives of Internal Medicine. Duemila medici di età inferiore ai 65 anni sono stati intervistati sulle loro convinzioni religiose e sulla loro opinione circa l'influenza, positiva o negativa, della religione sulla salute dei malati.

L'intervento divino
Se l'85% dei medici interpellati è convinto che la spiritualità eserciti un effetto benefico sulla salute dei pazienti, il 54% ammette la possibilità di un intervento divino e il 6% si spinge fino a sostenere che la religione è in grado di modificare i risultati clinici. In netta minoranza i medici non convinti dell'effetto terapeutico degli aspetti spirituali dell'esistenza: il 7% attribuisce alla religione la capacità di indurre nel paziente emozioni negative, come ansia e senso di colpa, il 4% ritiene che la religiosità possa fornire ai pazienti un alibi per non occuparsi seriamente della propria salute, il 2% teme che alcune convinzioni religiose possano spingere, in alcuni casi i malati a rifiutare le cure.

Conta il credo personale
Tutti i medici intervistati concordano sul fatto che i pazienti attingano alle loro risorse spirituali per affrontare meglio la malattia; se ciò possa apportare o meno un reale beneficio in termini di guarigione clinica, però, è una questione aperta, e le differenti opinioni in merito riflettono le convinzioni personali dei medici. Questo aspetto del problema è stato approfondito dagli stessi ricercatori dell'Università di Chicago in uno studio, pubblicato su Psychiatric Services, che confrontava le convinzioni religiose di un campione di psichiatri con quelle di altri medici specialisti; agli intervistati veniva inoltre chiesto, dopo avergli illustrato il quadro clinico di un paziente con sintomi psichiatrici, se ritenessero opportuno inviarlo a un sacerdote o ad uno specialista.

Non sottovalutare la psiche
Gli psichiatri sono risultati meno religiosi degli altri medici, e più inclini a considerarsi "spirituali" ma non "religiosi"; d'altra parte, i medici religiosi non psichiatri sono apparsi più propensi a consigliare a una persona con problemi psicologici un incontro con un sacerdote, piuttosto che con un professionista. La psichiatria e la religione appaiono dunque quasi divise da una tensione dialettica, che può avere importanti ricadute sul tipo di aiuto che viene offerto ai pazienti. Se la mancanza di un corretto trattamento può avere conseguenze gravi, anche sottovalutare le risorse spirituali a disposizione di un individuo può essere un errore. A tale proposito una ricerca del Dipartimento di Psichiatria degli Hôpitaux Universitaires di Ginevra ha sottolineato il ruolo protettivo della religione nei confronti del suicidio, mentre uno studio del Centro di Ricerca sulle Dipendenze dell'Università del Michigan ha evidenziato che, in un gruppo di pazienti in trattamento per dipendenza alcolica, l'aumento delle esperienze spirituali e la sensazione di avere uno scopo nella vita sono positivamente associate con la capacità di mantenersi lontani dall'alcol.

Più spiritualità meno alcol
Questo effetto positivo della spiritualità è stato utilizzato dagli operatori del Dipartimento di Medicina della Famiglia e della Comunità del Baylor College of Medicine di Houston (Texas), che hanno associato all'usuale programma di trattamento dell'alcolismo un percorso, della durata di sette settimane per potenziare la spiritualità dei partecipanti. Risultato: più attenzione agli aspetti spirituali facilita l'astinenza dall'alcol.

Se pregare non serve
Ma è possibile "misurare" l'effetto di una pratica spirituale, come ad esempio la preghiera, sulla salute? I ricercatori dell'Hertford College di Oxford (Regno Unito) ci hanno provato, analizzando i risultati di dieci studi clinici che avevano testato l'efficacia terapeutica della preghiera, volta a ottenere benefici per la salute. Dopo aver esaminato i dati relativi di 7600 persone, gli studiosi inglesi sono giunti a conclusioni contraddittorie: le preghiere hanno mostrato un effetto benefico in pazienti ad elevato rischio di vita e in un campione di donne sottoposte a tecniche di fecondazione assistita; d'altro canto in un gruppo di pazienti chirurgici, si è osservata una maggiore incidenza di complicanze post-operatorie in coloro che erano a conoscenza del fatto di essere oggetto di preghiere, rispetto a chi non riceveva preghiere.

Francesco Cro - Psichiatra, Serv. Psichiatrico Diagnosi e Cura, Viterbo

- Dal Supplemento Salute di Repubblica.it del 22-11-2007

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