Yoga-follie
Oramai anche lo yoga - o, secondo i casi, la meditazione - si fanno strada abbastanza rapidamente. Era stato previsto. Numerosi maestri spirituali o Yogi del secolo scorso si erano chiaramente pronunciati in proposito. Tuttavia non avrei mai pensato, evidentemente per una mia ingenuità, che la via maestra di quest'affermazione sarebbe stata quella del business. Riporto in proposito parte di un articolo molto esplicativo.
Yogafollie
«C'è la versione combinata, quella dimagrante o addirittura disco. Da Sydney a Tokyo. L'antico sistema induista oggi è solo una fonte di profitto? Dall'antichissima disciplina mentale sono nate mille versioni per tutti i gusti. I maestri però ammoniscono: non è solo ginnastica.
di Monica Marelli (dweb.repubblica.it)
Dalla finestra si vedono le palme della costa californiana ma nella stanza, dove sono riunite circa venti persone, la temperatura è quella di una sauna. Alcuni, stanchi e sudatissimi, faticosamente incrociano le gambe, fanno movimenti più o meno flessuosi cercando di rimanere qualche secondo in posizioni non proprio comode. Il loro insegnante dice che soltanto in questa bolla caldissima si possono riprodurre le condizioni climatiche dell'India e calarsi completamente nell'atmosfera giusta per fare yoga. Avviene a Los Angeles e questa è una lezione di hot yoga (hot vuol dire caldo, appunto).
Ma a qualche chilometro di distanza, a Laguna Beach, ci sono altri impegnati a fare laughter yoga, letteralmente "yoga da ridere": qui persone stressate si aggirano in una stanza ridendo e muovendo le mani verso il cielo. Ma dagli Stati Uniti all'Inghilterra, da Sydney a Tokyo sono tante le diverse interpretazioni dell'antica disciplina orientale. E allora ecco la moda del chi yoga (una combinazione di tai chi e ashtanga yoga), dello sport yoga (aerobica e yoga) e del fitcamp fusion (yoga e pilates), ma anche dello yoga per perdere peso e del disco yoga.
Stili diversi, ma soprattutto sempre più simili a una competizione fisica. Tanto che nel Regno Unito sono nati i campionati di yoga, che i "devoti" vorrebbero trasformare in una disciplina olimpica. Ma tutti questi insegnamenti possono essere considerati "autentici"? Oppure l'antico sistema ortodosso della filosofia induista, dove il percorso di unione fra mente, corpo e spirito è il vero scopo, è stato furbescamente "saccheggiato" e modificato in una fonte di profitto? Il sospetto c'è ma esistono anche aspetti positivi. Basta sapere dove cercare, come dice Eros Selvanizza, presidente della Federazione italiana yoga e docente all'Università di Parma e alla scuola di formazione: "È innegabile che la spinta di molte iniziative sia il profitto. I principi dello yoga forse possono essere resi superficiali dalla necessità di offrire percorsi non troppo impegnativi, che attirino molte persone. Ma credo che il messaggio possa arrivare ugualmente. La capacità di insegnamento del maestro è importante ma la ricettività dell'allievo non è da sottovalutare: se è desideroso di "crescere", può assorbire due o tre spunti che scatenino in lui la voglia di una ricerca approfondita", sostiene. "Certo, molte cose sono cambiate rispetto a secoli fa", ammette Selvanizza. "L'insegnante rincorre l'allievo in palestra mentre un tempo era l'allievo che, in cambio della conoscenza, provvedeva al sostentamento dei bisogni primari del maestro e della sua famiglia, spesso regalando generi alimentari. Evidentemente oggi non è più pensabile: ecco perché il denaro non è del tutto negativo. Lo yoga va di moda? Meglio così: si creano imprese, posti di lavoro, si diffondono benessere e serenità".
Selvanizza traccia un parallelo con le altre discipline orientali. "Il karate originale", spiega, "era il karate-do. Come il giu-do, l'aiki-do. Il suffisso "do" ci indica che quella disciplina è prima di tutto uno stile di vita. Si impara a combattere contro il nemico ma quello "vero", che è dentro di noi. Sono le nostre pulsioni negative, come la rabbia, la gelosia, il rancore. In Europa invece è stato importato solo l'aspetto agonistico, tralasciando il significato primario". Anche in Italia, lo yoga si sta diffondendo in diversi ambienti. "Da qualche anno", racconta il presidente della federazione, "grazie a un'intesa con il ministero dell'Istruzione, siamo riusciti a portare l'insegnamento nelle scuole pubbliche e all'università. E poi è nata l'associazione internazionale Sarva yoga, con lo scopo di recuperare lo yoga puro, senza le contaminazioni del denaro".
Più cauto è Shubha Satyaranjan, insegnante di yoga e meditazione dell'associazione Ananda Ashram di Milano, che crede nell'importanza della relazione col maestro e nella necessità di ritornare alle origini. Ha venti anni di esperienza nella meditazione e ha avuto un maestro speciale, Shrii Shrii Anandamurti, una guida spirituale notissima nell'ambiente (circa 13 mila siti internet parlano di lui, in tutte le lingue). Dice Satyaranjan: "Lo yoga vede l'uomo nella sua totalità: corpo, mente e spirito. Offrire lezioni fatte soltanto con esercizi che privilegiano l'aspetto fisico, come spesso oggi accade, vuol dire fare una ginnastica un po' particolare, non yoga. Solo chi raggiunge il sospirato equilibrio è in grado di percepire davvero la vera essenza di questa disciplina". Probabilmente le yoga-follie arriveranno anche in Italia. Magari attraverso i libri, come sottolinea Satyaranjan, che critica l'asservimento dell'editoria italiana alle stravaganze pubblicate negli Stati Uniti. "La tendenza oggi è offrire quello che la gente vuole", spiega. "Soprattutto sull'onda di quello che accade in America. Fate un salto in libreria: la maggior parte dei testi pubblicati da noi sono traduzioni dall'americano, dove hanno avuto grande successo. Ma non si tratta di "veri" insegnamenti". Allora chissà, un giorno potremmo trovare le traduzioni di ciò che già si vende su Amazon: Yoga for Christians, Yoga for Dummies (Yoga per stupidi) o Yoga's lovers (anche i sommovimenti ormonali hanno bisogno di un po' di induismo?). Tutti in perfetto approccio politically correct. Per chi invece ama la pratica, sappia che riconoscere il giusto corso, non è difficile, come dice Satyaranjan: "Non esistono schemi. Se dopo la lezione si è felici, allora è stata una buona lezione".»
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