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yoga

Una breve introduzione alla non-dualità

3millenaire - Mer, 18/01/2012

Richard Sylvester

 

Una  breve  introduzione  alla  non-dualita’

 

 

E’ “questo”  ed  è  sufficiente

 

Queste cinque parole : “E’ questo ed è sufficiente” riassumono in maniera semplice la liberazione. Quando l’Unità è vista, è realizzato non solo che questo è tutto ciò che è, ma anche che è sufficiente. Quando il velo della separazione che ci fa considerare la vita quotidiana come acquisita e ci fa ricercare sempre più d’eccitazione, non è più presente, l’ordinario si trasforma in questo gioco meraviglioso della coscienza.

Vedere l’Unità è la fine della ricerca in quanto quando la vita di tutti i giorni è vista come un miracolo, non vi è più bisogno di ricercare chissà cosa per renderla stuzzicante. E’ per questo, quando il senso d’essere una persona è decaduto, una tendenza ad un rilassamento profondo prende posto, così come una gioia delle cose semplici come il fruscio delle foglie nel vento, la visione dell’acqua che ondeggia sulla superficie di un lago o l’odore del caffè appena tostato.

 

La fiera spirituale

 

E’ evidente che passare del tempo nella fiera della ricerca spirituale può essere molto divertente. Ciò può portarci della speranza, un fine, una cerchia di amici con cui condividere gli stessi interessi, la compagnia d’insegnanti molto carismatici e un modo di spendere gli extra dei nostri redditi. E’ anche un modo molto originale di passare il tempo tra la nascita e la morte, di viaggiare forse verso delle destinazioni molto esotiche con le nostre braccia coperte di vaccinazioni ed i nostri zaini pieni di medicinali contro la diarrea.

 

Ma ricercare porta anche la garanzia di non trovare, in quanto ciò ci allontana dalla presenza. Al punto che cercando il segreto dell’illuminazione laggiù, lontano e nel futuro, non possiamo  notare che è già qui, adesso.

 

Questo è già ciò che cerchiamo, la terra promessa, il paradiso sperato. Tuttavia, non può essere visto nel momento in cui il senso della separazione decade. Quando il sè è presente, riempie la vista delle sue nevrosi e dei suoi tentativi incessanti di richiamo all’attenzione, e non può essere realizzato che questo è già qui.

Se provate sempre piacere nella vostra ricerca spirituale, è meglio, probabilmente, che vi fermaste di leggere queste parole da subito e che vi ricordaste anche di non andare più, neanche una volta, ad un incontro della non-dualità. In effetti, se ciò che è scritto qui o ciò che viene detto in occasione di un incontro è veramente inteso, sarà la fine della ricerca spirituale e “la vostra testa sarà nella bocca della tigre”. Non ci saranno più scappatoie.

 

Il paradiso perduto

 

Molti fra noi si allontanano oggi da vecchie abitudini di confronto delle religioni e ricercano il punto comune che deve situarsi – come noi lo risentiamo – nel cuore di tutte le credenze e di tutti i cammini spirituali. Non ci concentriamo più solamente sulle differenze superficiali, che possono essere sì colorate, proviamo al contrario di trovare la verità comune soggiacente. Noi consideriamo che deve esserci un legame tra le immagini così differenti come la crocifissione, Ganesh il dio elefante, il Padre Sole e la Madre Luna, l’Ultima Cena, Kali e la sua collana di crani umani, i mandala, i dervisci rotanti, le statue in oro di Buddha, le ruote medicinali e la dea Iside del fiume.

La non-dualità – l’Unità – si trova al centro di tutte le religioni e di tutti i cammini spirituali, ma ciò è raramente riconosciuto. Benché siamo tutti nati nella completezza, acquisiamo molto giovani una coscienza di noi stessi e da qui nasce il sentimento di separazione e di perdita. In qualche modo, abbiamo l’impressione di essere stati rifiutati dal paradiso, e che ciò sia riconosciuto scientemente o no, trascorriamo le nostre vite a provare a ridiventare “interi” per re-integrare il paradiso. Abbiamo una magnifica immaginazione ed un enorme capacità a raccontare delle storie, ed il grande albero genealogico dell’evoluzione delle religioni, dei cammini spirituali, della saga dei profeti, degli dei, dei santi e dei pazzi, è il risultato della nostra pietosa e disperata ricerca.

 

Il paradiso ritrovato

 

La nostra ricerca è senza speranza in quanto non abbiamo mai perduto il paradiso. Il paradiso che noi proviamo a riguadagnare è sempre con noi, ma è nascosto dalla presenza del sè separato. Non abbiamo bisogno di perdere il  nostro senso della separazione per vedere che tutto è già qui. Ma il sè separato non può essere dissuaso dalla buona ragione che è un falso sè. Il falso sè è incapace di vedere la realtà.

 

L’occhio non può vedersi

Se non come un pallido riflesso

in uno specchio

Il sè non può trovarsi

Se non come un pallido riflesso

in un sogno.

 

Tuttavia, il falso sè non causato e non sollecitato può scomparire e in questa morte della persona, la completezza, l’unità, la non-dualità possono essere visti di nuovo. Il falso sè può cadere quando l’individuo è ancora in vita ma ciò non deve essere fonte d’inquietudine se non ne è il caso, in quanto alla morte del corpo non c’è in ogni caso che la liberazione. Prima di morire, Ramesh Balsekar ha scritto “Che significa la morte in fin dei conti? Significa la fine della lotta della vita quotidiana, la fine della dualità”.

 

Scienza, misticismo e amore incondizionato

 

Nella visione della non-dualità, nella liberazione – che è l’identica cosa – si è visto che non c’è nessuno avente un’autonomia ed una responsabilità per fare delle scelte in ciò che si chiamerebbe “la propria vita”. Si è anche visto che tutto giunge da niente, e che al cuore di questa meravigliosa manifestazione vi è il vuoto. Numerose tradizioni hanno toccato e parlato di questo vuoto, come il Buddismo, il Taoismo, l’Induismo ed anche il Cristianesimo. Fu discusso talvolta apertamente, o in modo molto più discreto, in quanto in  numerosi periodi era molto pericoloso di menzionare tali idee di fronte al terribile potere detenuto dai preti.

 

Recentemente, tuttavia, un nuovo fenomeno è apparso. La scienza sostiene ormai l’idea che non vi è individuo che faccia una scelta e che tutto sopravvenga dal vuoto.

Gli sviluppi della neuroscienza suggeriscono fortemente che non ci può essere una persona autonoma al centro della nostra esperienza. Di conseguenza numerosi psicologi sono d’accordo sul fatto che il libero arbitrio sia una illusione. La fisica quantistica ci dà un immagine dell’universo nella quale delle materie si disintegrano in un’energia di vibrazione    nella quale tutto si manifesta, a partire dal suono. La tradizione yogica dice che il mantra radice “Aum” è la vibrazione primordiale dell’universo. All’inizio era il verbo, ed il verbo era “Aum”.

Tuttavia, malgrado certe convergenze della scienza moderna e del misticismo, la scienza e la non dualità hanno delle viste completamente opposte sulla natura della coscienza. La scienza vede innanzitutto la materia, la coscienza non è che un sottoprodotto accidentale della materia. Saremmo quindi solo delle strutture fisiche che avrebbero sviluppato la coscienza dal gioco d’azzardo dovuto alla complessità crescente dell’organizzazione delle cellule, dei neuroni, e degli impulsi elettrici e chimici dei nostri cervelli. In altri termini, senza la materia non ci sarebbe coscienza. Tuttavia alla liberazione, si è visto che vi è solo coscienza, ciò che ritorna a dire che non vi è che il vuoto da dove nascono tutti i fenomeni ivi compresi quelli fisici. Altrimenti detto: senza la coscienza, non c’è materia.

 

Il fisico non dà vita alla coscienza. La coscienza dà vita al fisico.

 

La scienza non può scoprire questo. Solo una visione diretta può permettere di scoprirlo, quando la persona scompare.

La scienza, con tutti i suoi strumenti, non può maggiormente scoprire che la natura ultima del vuoto è l’amore incondizionato.

 

 

Bere del tè, mangiare del dolce

 

Nel momento in cui la liberazione è vista, la vita diviene meno complicata. Tutte le storie, che hanno alimentato la nostra vita, svaniscono e restiamo con la semplicità di queste. In questa semplicità, le piccole cose ordinarie della vita possono finalmente essere realmente apprezzate. Mi si chiede spesso dei consigli e generalmente rifiuto di darne. Ma se avessi dovuto darne anche soltanto uno, direi di distendersi e prendere piacere nelle cose semplici che amate fare, in quanto  nella vita quotidiana non è apprezzato, il miracolo di “questo” che non è visto.

Nella tradizione Zen è detto : “Prima della liberazione: tagliare il legno e portare l’acqua. Dopo la liberazione: tagliare il legno e portare l’acqua”. Preferisco: “Prima della liberazione: bere del tè e mangiare del dolce. Dopo la liberazione: bere del tè e mangiare del dolce”. Ma queste frasi vogliono dire la stessa cosa.

 

Alla fine, si vede che non c’è differenza: prima della liberazione e dopo la liberazione, essere addormentato ed essere risvegliato, tutto ciò è identico.

Nella liberazione è visto che l’individuo che pensiamo di essere non è altro che un’apparenza. Nel nostro cuore e nel cuore di ogni cosa si trova l’Essere indifferenziato a partire dal quale tutte le differenze appaiono. Non c’è del sè, non c’è individuo, persona.

L’errore che commettiamo più spesso a proposito della liberazione, è di credere che si tratti di qualcosa che un individuo può acquisire. Ma la liberazione è una perdita  – la perdita del senso che non c’è mai stato un individuo separato, un individuo che avrebbe potuto scegliere di fare qualcosa per ottenere la liberazione.

Nel momento in cui si vede che non vi è separazione, il sentimento di vulnerabilità e di paura che legato all’individuo si cancella e ciò che resta è il meravigliarsi della vita che si presenta. Al posto di un significato, c’è uno scoiattolo sul tronco grigio di un albero, zampe allargate, testa alta, vi fissa negli occhi. Al posto di un fine, c’è la stupefacente struttura della pelliccia di un gatto o del modo incredibile in cui una formica scala un ramo.

Con la scomparsa della sensazione di controllare la mia vita e di esserne responsabile, la vita è vissuta semplicemente e prende posto un rilassamento. C’è una sensazione di facilità e di libertà davanti a  tutto ciò che si presenta, e non vi è più voglia di “afferrare” ciò che potrebbe divenire.

 

 

 

Numerosi insegnanti della non-dualità suggeriscono che vi è qualcuno che possa fare qualcosa per guarire questo senso della separazione, in altri termini, che esiste una persona che può scoprire che non c’è persona. L’assurdità di questa idea è spesso nascosta da un sistema di pensiero estremamente complesso e sottile.

Degli insegnamenti di non-dualità avanzano frequentemente l’idea seduttrice che la liberazione può essere realizzata attraverso un cammino spirituale evolutivo. Ciò non ha, in realtà, nessun legame con la non-dualità, ma può presentarci una storia convincente, benché spogliata dei sensi.

A partire da questa storia appaiono le numerose vie, dottrine, tecniche, guru, insegnanti, venditori di mantra, laboratori e gruppi che costituiscono il bazar spirituale.

Ogni via di ricerca può condurre una persona a sentirsi più a proprio agio; ciò che è positivo, ma è tutto ciò che ottenete: una persona che si senta più a proprio agio nella propria prigione. Se siete in prigione, è meglio sentirsi comodi ma questo non fa uscire la persona dalla prigione nella quale ci si sente di essere.

Niente farà uscire la persona dalla sua prigione in quanto la persona è la prigione. Quando la persona sparisce, si vede che non vi è mai stata prigione.

Si vede che “io” e “voi” sono la luce nella quale tutto emerge.

 

                         Tratto da “Drink Tea, Eat Cake” apparso nel 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Trasmissione: ricevere, sperimentare, conoscere, dare

3millenaire - Ven, 04/11/2011

Alain Kremski

LA TRASMISSIONE Ricevere – Sperimentare – Conoscere – Dare…

Incontri, percorsi, l’esperienza di un musicista…

Traduzione a cura di Maurizi Redegoso Kharitian

La vera trasmissione, disinteressata, cosciente, nel mondo dell’arte, dell’artigianato o della spiritualità, lascia una traccia nell’essere. Appare allora, per colui che ha ricevuto, il sentimento di gratitudine, e per colui che trasmette, il sentimento d’essere veramente responsabile, di rispondere ad una domanda misteriosa nell’universo…
Trasmettere, è in qualche modo pagare il proprio debito sul piano spirituale. E’ un obbligo morale, per aiutare l’altro e se stesso a sviluppare, perché una certa conoscenza preziosa, acquisita dal lavoro e l’esperienza, non sia perduta. Senza dubbio è uno dei sensi di questo proverbio georgiano: Ciò che trattieni non è mai perso, ciò che dai ti appartiene…
La trasmissione, può essere anche, molto semplicemente, un momento inatteso di condivisione, l’attitudine meravigliosa di una persona in un paese straniero, il sorriso di un bambino… Un atto risentito come giusto e rivelatore, se arriva al momento giusto. Poco importa allora la durata…Ci ricordiamo tutta la vita di questi istanti privilegiati, perché hanno un sapore, una realtà, che sono per noi un insegnamento.
Alcune trasmissioni riguardano il sapore. Altre si rivolgono direttamente all’Essere…Altre si indirizzano ai due nello stesso tempo…Da musicista ho avuto la fortuna d’incontrare sul mio cammino dei professori, degli artisti, dei maestri spirituali… Penso a Nadia Boulanger, Olivier Messiaen, Richter, Karajan, Balthus, François Stahly, Jacques Lacarriere, Jean Klein, Madame de Salzmann, Kalou Rimpoche. Ecc. Certi incontri restano impressi nel mio cuore, in quanto hanno certamente cambiato la mia vita, le mie orientazioni, le mie scelte…
Nel mondo della musica, la prima trasmissione è venuta da mio padre, Serge Petitgirard, meraviglioso pianista e meraviglioso professore… Dapprima spontaneamente, quando ero a quattro zampe sul pianoforte all’età di tre anni. Ho imparato a leggere la musica ancora prima di saper leggere un libro! Epoca benedetta, dove la trasmissione aveva luogo in una maniera naturale, semplice, spontanea, senza riflettere e senza sforzo, come un nutrimento evidente, come un gioco… In seguito per volontà di mio padre di prepararmi al conservatorio, di trasmettermi ciò che gli sembrava importante nell’arte del pianoforte, che aveva ricevuto quando studiava con Yves Nat e Alfred Cortot.
Nella tradizione pianistica francese, c’è quest’arte unica del phrasè, l’espressione di un tocco luminoso speciale, una eleganza, una chiarezza. Così, ho ereditato da mio padre questa facoltà: per esempio, in una melodia, una successione di sette note, fare ascoltare – grazie a una relazione tra una sensazione muscolare speciale della mano, ed il pensiero – un colore, una sonorità differente per ogni nota. Il controllo di un peso differente per ogni suono, su ogni nota nell’affondamento delle dita sul pianoforte permette, con una digradazione, una curva speciale dell’energia, di esprimere un arte del vicino e del lontano, che va a toccare l’ascoltatore nel suo sentimento, nel più profondo. Allora la mano obbedisce e posso trasmettere esattamente ciò che desidero esprimere, contemporaneamente sul piano poetico e tecnico.
Ecco per me l’esempio tipo di una trasmissione di un professore ad un allievo: rendere partecipi della propria esperienza, del proprio sapere, ricevuto nello stesso modo da un altro professore. E trasmettere è anche talvolta un segreto!
Quando avevo dieci anni, mio padre mi portò da Nadia Boulanger, per una lezione di pianoforte. Era una grande personalità, una grande signora, l’amica di Valéry e di Stravinsky. Una donna di una grande nobiltà, esigente, rigorosa, abitata da una luce, come percorsa dall’idea del Divino. Possedeva una conoscenza ed una scienza musicale immensa. Mi impressionava molto ! Allora non sapevo cosa mi attendesse… La lezione fu straordinaria, inattesa, nello stesso tempo provante e meravigliosa per un bambino. Una lezione di pianoforte che andava ben al di là di una normale lezione. Me ne ricordo come se fosse ieri, talmente l’impressione nella mia memoria è ancora forte! Avevo preparato molto seriamente un preludio ed una fuga di Bach che pensavo di suonargli…
Di fatto, per più di un ora, non andai oltre le prime note!
Tre note, e già mi fermava…
Ma come ti prepari prima di suonare? Eri immobile, adesso entri in movimento, ma non eri pronto, non eri qui, non presente, per passare da quella immobilità al movimento… ricomincia.
Tre note, e mi riferma nuovamente :
Ma come sei seduto ? Non puoi iniziare a suonare non stando diritto sulla sedia… Sii cosciente del
tuo stato…
Due note e…
Adesso sei ben diritto sulla tua sedia, ma di colpo sei rigido, troppo teso, allora non puoi essere libero…
Un buon pianista deve sentire l’asse della sua colonna vertebrale, possiede una sua nobiltà, ma nello stesso tempo occorre sciolti… Ricomincia !
Tre note ancora, e…
Ma come respiri ? La musica è respirazione, non sento vita in queste prime tre note. Ricomincia…
Cinque o sei note!
Non fai abbastanza attenzione. Mi annoio ad ascoltarti, perché le note non sono collegate fra loro. Le note, sono come le perle di una collana, tengono insieme perché sono legate da un filo. Ma quando suoni dov’è il filo ?
E mi racconta quell’aneddoto di Mozart bambino, che strimpella sul clavicembalo. A suo padre che chiede cosa stesse facendo, rispose : “cerco le note che si amano…”.
E tu cosa cerchi suonando? Vuoi suonare secondo la tua fantasia, o piuttosto obbedire al pensiero del compositore? Ricomincia…
Ancora qualche nota…
Bambino mio, non hai abbastanza amore per questa musica che suoni. E poi, non fai abbastanza attenzione, sogni… Dove sei, mentre suoni ? Ricominciamo…

La lezione si svolse interamente in questa maniera, con queste interruzioni. Percepivo allo stesso tempo la sua esigenza e la sua bontà. E qualcuno, contrariamente a numerose “grandi persone” si faceva carico di spiegarmi ogni volta cosa non era giusto, e perché bisognava ricominciare… Per trasmettere qualcosa a un bambino, bisogna essere giusti. Allora il bambino non si sente giudicato, accetta e capisce…
Quel giorno, con Nadia Boulanger, non andai oltre le prime dieci note… Ma l’importante era altrove…Ho capito molto più tardi, che avevo ricevuto lì, in una certa maniera, la mia prima lezione di yoga: come essere presenti suonando il pianoforte nello stesso tempo con il corpo, il sentimento ed il mentale, con tutta la mia presenza.
La fuga a 4 voci di Bach, successivamente, fu Nadia Boulanger che la suonò per me. E si prese la briga di dare questo meraviglioso regalo ad un bambino. Ero impressionato dalla limpidezza del suo modo di suonare, l’architettura musicale di Bach che si rivelava nella sua interpretazione. E ho detto innocentemente ai miei genitori, rientrando a casa: è la prima vota che ascolto una musicista che suona così bene che ho potuto seguire le quattro linee melodiche insieme, che avevano la stessa chiarezza ed energia!
L’impatto e la forza di questa lezione mi hanno accompagnato, e mi accompagnano ancora…
Più tardi, con le opere di Stravinsky, riuscirà a farmi vivere l’opera, allo stesso tempo in uno spazio del Fuori e del Dentro. Architettura e piani sonori, equilibrio delle linee, ritmo, pulsazioni, sentimento del sacro, diventando limpido ed evidente. Nello stesso tempo, occorreva imparare a provare ciò che il compositore aveva voluto esprimere, potersi quasi mettere al suo posto! Allora obbedire, avere del rispetto per l’opera, servirla, prendeva un senso…
Nadia Boulanger mi ha trasmesso, ancora bambino, questa capacità di percepire l’importanza del continuum in musica, e la necessità di sviluppare uno sguardo, una attenzione per essere capace di seguire i movimenti d’energia di diverse linee melodiche sovrapposte nello stesso tempo, integranti una percezione speciale del Tempo ed essendo sempre in contatto con il ritmo giusto.
Fu molto più tardi, ascoltando dei grandi maestri di musica indiana o giapponese, che ho realizzato che mi aveva trasmesso, quando ero ancora bambino, queste nozioni di ATTENZIONE, di CONTINUUM, di SGUARDO e di qualità d’ENERGIA, a mia insaputa…
Questi momenti veri ed autentici dove si opera una reale trasmissione si collegano gli uni agli altri attraverso il tempo. Mistero e meraviglia di una trasmissione giusta in un momento giusto! La luce di questo istante continua a risuonare attraverso gli anni !
Mia madre in quanto delegata alla Deutche Grammophone, (e, come la maggior parte delle madri, non poneva niente in dubbio per suo figlio) mi aveva organizzato, avevo venticinque anni, un incontro con Karajan! Era in occasione di un cocktail, mi avevano avvisato che mi avrebbe concesso quindici minuti. Ho ricevuto quel giorno qualcosa di prezioso, che non riguardava la musica, ma semplicemente la vita !
Karajan mi appariva come una sorta di Dio inaccessibile, aureolato della sua celebrità e del suo genio. Da lui si rilasciava un profondo magnetismo, ed ero molto intimidito ed impressionato. C’era molta gente, ed era molto richiesto. Ma quando ci siamo potuti sedere un pò appartati, abbiamo potuto parlare e ciò che ho vissuto in quell’istante era molto forte, era come un insegnamento!
Mi guardava con acutezza, benevolenza ed attenzione, e mi ha fissato durante tutta la conversazione con uno sguardo intenso, di una immensa chiarezza, mettendomi a mio agio. L’incontro ha durato effettivamente esattamente quindici minuti, ma ciò che mi ha colpito soprattutto, era la maniera in cui si era reso, nel mezzo della folla e del rumore, completamente DISPONIBILE. Durante quindici minuti, mi ha dato l’impressione che ero la persona più importante della serata, e al momento dell’incontro, era tutta ATTENZIONE, come se niente attorno a lui esistesse.
Ho provato più volte la stessa sensazione, di fronte per esempio a dei grandi maestri tibetani. Il loro tempo era prezioso, sono molto occupati, sollecitati da tutte le parti, eppure, al momento di una conversazione, con tranquillità, sono completamente aperti, presenti, disponibili. Questo atteggiamento, questa maniera d’ESSERE è importante quanto il contenuto dello scambio in sè.
Il mio incontro con Madame de Salzmann, la discepola diretta di Gurdjieff, è stata determinante. Ho avuto il privilegio di vederla spesso, soprattutto quando ho composto delle sequenze per coro, e orchestrato tutte le danze sacre del film di Peter Brook, “Incontri con Uomini Straordinari” ispirato dal libro autobiografico di Gurdjieff, libro che evoca la sua ricerca della conoscenza con i “Cercatori di verità”, i suoi viaggi in Asia Centrale, i suoi soggiorni nei monasteri segreti e i suoi incontri con diversi saggi orientali.
Lavorando con lei, ho cominciato a capire perché ero incapace di mantenere lungamente la stessa attenzione, la stessa qualità d’energia, nei miei recital al piano, come nella vita. Pensiamo dai tempi della scuola che i processi di energia, le vibrazioni, si sviluppano in maniera continua, seguendo una sorta di “linea dritta”. Ma Gurdjieff insisteva sull’aspetto discontinuo delle vibrazioni. Nella scienza antica, la scala musicale simbolizzava un processo d’evoluzione o d’involuzione. Per passare da una nota all’altra, dobbiamo stabilire degli intervalli, occorrono degli “scock addizionali” d’una certa materialità, d’una certa qualità, al momento giusto, perché l’energia possa continuare nella stessa direzione. Altrimenti cambia direzione, andando fino allo sviluppo nel senso inverso. E’ una legge cosmica nell’universo, che ritroviamo in tutte le scale.
Prendo il rischio di evocare qui una “lezione” che ho ricevuto da parte di questa donna straordinaria. Già molto anziana, sempre calma, raggiante, luminosa, aveva una presenza particolare, molto impressionante. Di fronte a lei, ricevevo una energia di una grande pienezza, di una grande densità, che dava irresistibilmente il desiderio di svegliarsi, andare verso questo stesso stato d’essere…Sentivo che mi vedeva tale e quale io ero. Ma nel suo sguardo contemporaneamente benevolente ed esigente, non c’era giudizio. Anch’io mi sentivo libero, in una relazione semplice, come ho potuto viverlo ugualmente davanti a dei grandi maestri tibetani. Anche in presenza di altre persone, l’essere in se comprende le lezioni, che siano esse rigide, e possono accettarle senza reagire, senza sentirsi umiliati, in quanto non c’è nessuna carica emozionale, negativa, nessun giudizio, nell’impressione, gli schock cosi indirizzati, al momento giusto, con uno sguardo oggettivo.
Mi aveva chiesto di comporre delle musiche per delle danze sacre che dovevano figurare in un altro film. Avevo promesso di apportare per una prova una nuova musica che mi aveva chiesto per il martedì o per il mercoledì. Il martedì, gli spiegavo che la musica non era ancora pronta in quanto mi aveva detto che avrei potuto portarlo “forse” il mercoledì. Mi guardò allora sorridendo, ma mi disse con una certa severità: “mio povero Alain, avete la malattia del domani. Ma nell’universo, tutto è perpetuamente in movimento, niente aspetta…”.
Visto dall’esterno, dire ad una persona che “nell’universo, tutto è perpetuamente in movimento, niente aspetta…” può apparire banale. Ma l’istante preciso dove questa frase è stata pronunciata, l’intensità del suo sguardo, la forza della sua presenza, hanno determinato che questa frase abbia provocato in me un’impressione straordinaria. Aveva messo in evidenza uno dei miei punti deboli, questa tendenza alla pigrizia, a rimandare all’indomani tutto ciò che mi annoia… Questa frase è rimasta impressa nella mia memoria. Ho potuto scoprire la mia tendenza a troppo spesso “aspettare”, come se l’energia dovesse venire dall’esterno, mentre l’impulso di un lavoro deve venire dall’essere, dall’interno.

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La qualità dell’Essere

3millenaire - Sab, 01/10/2011

Alain Kremski

LA QUALITA’ D’ESSERE

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Karithian

3è Millénaire – Quando ci si trova di fronte ad un opera d’arte o si ascolta una musica, siamo penetrati da un certo numero d’impressioni. Queste ci possono portare in un universo molto oscuro, come spesso in un’arte contemporanea sovente molto “psicologica”, o far nascere in noi una nostalgia d’uno stato d’essere più elevato, dei sentimenti potenti… Da cosa dipende la qualità delle impressioni?

Alain Kremski – Dipende dalla qualità di colui che trasmette e della sua intenzione, e della qualità d’attenzione di colui che riceve. Ho ricevuto delle impressioni forti nella mia vita, come in occasione degli incontri con Nadia Boulanger o Karajan. Tali artisti si trovano ad un livello alto di realizzazione, almeno attraverso la loro arte di cui sono padroni, e seminano negli studenti delle comprensioni, dei significativi orientamenti. La trasmissione è a due velocità. Vi è quello che riceviamo da bambini o ragazzi e quello che capiamo improvvisamente decine d’anni più tardi. Poi vi è ciò che è evidente e leggibile dal primo secondo. Seminiamo da un lato qualcosa che farà il suo cammino in modo sotterraneo, che può restare nascosto per anni e si risveglia in occasione di uno shock, ad un momento giusto, inatteso… Dall’altro lato, la trasmissione è più diretta, più immediata, su un piano tecnico, per esempio: come trovare la migliore diteggiatura per eseguire un passaggio difficile, disporre la mano per meglio far suonare un accordo, ecc…

La differenza tra la trasmissione nel campo dell’arte ed il campo spirituale è che la prima può venire da una persona che non si trova forzatamente in uno stato di profondità del suo essere, ma che domina totalmente la sua arte e trasmette la sua conoscenza, il suo sapere, la sua maestria, la sua esperienza. Nella trasmissione spirituale, la persona deve essere in uno stato interiore corrispondente a ciò che trasmette.

L’ideale è quando la qualità d’essere e la maestria dell’arte sono riunite nella stessa persona. La qualità delle impressioni trasmesse dall’artista è allora di tutt’altro livello.
Su un piano puramente spirituale, ho avuto la fortuna d’incontrare dei maestri tibetani come Kalou Rimpochè con cui ho seguito qualche meditazione, Lama Guédung, madame de Salzmann (la discepola diretta di Gurdjieff). Ciò che mi hanno trasmesso andava dal cuore dell’essere. Di alcuni contenuti è impossibile parlare, perché li deformerei. E’ bene proteggere i tesori che abbiamo ricevuto.

La trasmissione dipende anche dal momento giusto. Se posso trasmettere le parole che mi sono state dette in quel momento, non posso trasmettere il gusto dell’impressione ricevuta.

Mi ricordo di un incontro con Kalou Rimpochè che, all’epoca, era molto malato ma aveva lo stesso potuto ricevermi. Aveva tra le mani le cassette di musica per piano che gli avevo dato, e mi ha guardato con molta bontà : “quando fate della musica per gli esseri, sentite che lo fate per il loro bene”. Questa frase parrebbe evidente per un pianista tanto che parrebbe chiaro che suoniamo per il piacere dello spettatore, ma ho sentito profondamente che mi trasmetteva altra cosa.

3è Millénaire: Il lavoro su se stessi compiuto da queste persone, la loro maturità spirituale, doveva riempire le parole del loro senso, in quanto vi è un’energia che accompagna le parole…

Alain Kremski – In una trasmissione autentica, la qualità ed il livello di colui che trasmette permette a delle impressioni essenziali di restare nel nostro essere all’infinito. Questo conferisce una certa autorità a colui che trasmette, e mi sembra importante che questo non pesi sulla persona che riceve, ed è anche il segno di una trasmissione giusta. La trasmissione non imprigiona, non manipola, ma permette di aprirsi alla propria espressione oggettiva, che non dipende da un desiderio o da un gusto personale. Per esempio, gli studenti che vedevo in occasione dei corsi di composizione potevano essere influenzati dalla linea Couperin-Debussy-Messiaen o la linea Schoenberg-Webern-Boulez, e non desideravo intervenire, orientarli su un cammino che non era il loro. Per rivalsa, domandavo loro di collegare le musiche che componevano a delle leggi oggettive che troviamo anche nell’architettura, la danza, la poesia, la vita, la natura, ecc: la musica è movimento, energia in movimento, legata al tempo, allo spazio. Come trovare in un’ architettura sonora le giuste proporzioni, comprendere l’Alto ed il Basso, capire la relazione tra il pieno ed il vuoto, il passaggio dal suono al silenzio, dall’immobilità al movimento, la differenza tra il continuo ed il discontinuo? La differenza tra un ritmo vivo, che porta una dinamica, ed un ritmo artificiale, intellettuale, scritto su carta? Cos’è l’Immaginario? Sono capace di mettermi al posto dell’ascoltatore e di capire che i collegamenti sono altrettanto importanti che i frammenti musicali stessi. Sono sincero scrivendo, assolutamente autentico, o dipendo dalla moda del momento? Provavo a sensibilizzarli a queste nozioni, ma a non guardare le loro opere con i miei gusti personali, e soprattutto a non influenzarli, cioè a non intervenire nel loro linguaggio musicale ea lasciar loro la libertà di esplorazione.

3è Millénaire: Nell’ascolto di un opera musicale, sono spesso colpito dal fatto che il momento stesso in cui sono al limite di lasciarmi andare ad una melodia, il compositore fa una transizione verso un altra cosa. Un’opera di qualità mi parrebbe essere quella che non lascia ricadere l’ascoltatore nel suo stato emozionale abituale, e che l’accompagni per mano fino alla fine del percorso tracciato dalla musica. Queste transizioni che operano in maniera giusta mi hanno sempre colpito.

Un compositore può cambiare d’atmosfera, d’impressione, di tonalità, di ritmo, perché ne prova un bisogno spontaneo e un po’ intuitivo. Può anche decidere di distillare un certo numero d’impressioni in modo cosciente in un certo ordine. Vi è allora costruzione e tocchiamo il campo dell’arte sacra. E’ molto difficile abbandonare la propria soggettività per entrare nel campo di leggi più oggettive. Sono esistite scuole per apprendere le leggi dell’arte sacra. Oggi, ci sentiamo un po’ soli, e poi le formule non funzionano. Non è perché ho capito che tale chiesa o tale architettura sacra è basata sulla quantità d’oro che decido di mettere tale quantità d’oro in un opera e che funzionerà. Al contrario, accade che un opera sia molto armoniosa e, ascoltandola o esaminando la sua costruzione, ci si accorge che il punto forte arriva al momento d’oro. Oggi gli artisti devono essere molto modesti. Personalmente, considero che non ho la conoscenza né la padronanza di questo. Ne ho soltanto l’intuizione ma non una vera conoscenza.
In un’ opera d’arte, vi sono delle successioni d’atmosfera. L’energia non è sempre la stessa. Il continuum non è sempre sullo stesso piano, e ciò è positivo. Si verificano delle cadute di energia, dei rallentamenti, poi nuovamente ritornano delle intensità. Ciò che è molto importante, nella musica come nel teatro, nella danza o in tutto lo spettacolo, è, come già detto, non soltanto il contenuto di ogni frammento, di ogni atmosfera, ma è il momento preciso in cui si collegano. Le cerniere, le concatenazioni sono anch’esse importanti come il contenuto stesso. Capire, sentire, sapere il momento giusto in cui l’energia deve cambiare direzione, atmosfera, o anche sentire che una nuova impressione deve apparire, o cambiare, è una scienza.
Se ci riferiamo ad un certo numero di cerimonie e di riti in Asia, possiamo chiamare questa la scienza dello shock addizionale. E’ il momento dove la qualità di una energia in movimento si indebolisce. O l’artista cambia la qualità d’atmosfera inconsciamente, essendo trainata dalla sua creazione che non domina, o è assolutamente cosciente di questa perdita d’intensità ed introduce la materialità, la qualità d’energia, i materiali giusti che portano lo spettatore ad essere attratto perché l’energia, la qualità d’energia in movimento continuino sullo stesso livello. Penso che pochi artisti abbiano questa scienza, e ne hanno anche preoccupazione. Ma ne troviamo numerosi esempi nelle opere d’ Arte Sacra del passato.

3è millénaire: A questo punto dell’opera, di cui parlate, vi è uno shock di presenza…

Alain Kremski – Assolutamente. E’ uno degli aspetti dell’Arte Sacra : il Risveglio.

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Gio, 01/01/1970
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