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Michael Siciliano, che cosa muore

3millenaire - Ven, 24/02/2012

Michael Siciliano

 

CHE  COSA  MUORE?

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Kharitian

 

 

L’ultima cosa che ci si augura in quanto genitore è di vivere più a lungo del proprio figlio. Tu che hai perso un figlio in modo brutale in un incidente d’auto, come hai vissuto un tale avvenimento?

 

Michael Siciliano – Hai detto una cosa molto interessante: i genitori si aspettano che i figli vivano più a lungo di essi. La gente dice “normalmente”, ma cos’è normale nel corso della vita e della morte?

Chi siamo noi per pensare che il bambino vivrà più a lungo di noi? Chi siamo noi per pensare che noi conosciamo il destino divino di questo bambino?

Quando si tratta di qualcuno che ha avuto un incidente mortale come nel caso di mio figlio, noi biasimiamo l’incidente. Ma sappiamo perché l’incidente è arrivato?

Posso citare anche un esempio che mi riguarda. Ero nella vita spirituale da quindici anni all’epoca, chiedendo tutto il tempo di essere risvegliato, di divenire cosciente. Ma ero una persona molto testarda: testarda nei miei approcci, nelle mie idee. Chiedevo la liberazione, il risveglio, e nondimeno rimanevo stordito. Un giorno mentre effettuavo un lungo tragitto stradale, guidando, pregavo da un giorno e mezzo senza sosta. D’un tratto, ho perduto i miei sensi, ed ho avuto un incidente d’auto in seguito al quale mi sono ritrovato clinicamente morto. Sono stato ricondotto alla vita in ospedale. Quando sono tornato in me, non avevo alcuna idea di avere avuto un incidente, eppure fu un grave incidente. Fu molto evidente per me che avevo creato questo perché chiedevo all’Universo di aiutarmi ad essere liberato, e tuttavia una parte di me continuava ad aggrapparsi, ad essere testardo. Il risultato di questo incidente fu un anno di libertà, di risveglio. Quando questo stato di libertà è andato via, ero allora più ricettivo e più disponibile rispetto a prima dell’incidente. Allora perché questo incidente? Era “giusto” un incidente, una terribile cosa che si é prodotta? O sono io che l’ho creata, a causa del mio desiderio?

Di conseguenza, come sapere perché le persone muoiono, perché questi bambini muoiono? Abbiamo tutte queste idee preconcette ma non è necessariamente giusto. Il nostro processo divino é ciò che ci conduce. Allora come sapere, a meno d’essere connessi, di essere risvegliati, d’essere un santo, come sapere perché queste cose arrivano?

Fu molto chiaro per me perché questo incidente era arrivato nella mia vita. Molto chiaro. Anche se l’incidente era a “causa” dell’uomo a cui avevo sfondato la parte posteriore dell’autocarro (se prendiamo la situazione nel suo senso legale, avrei potuto portare quest’uomo in tribunale, ed essere fortemente indennizzato, in quanto fisicamente, la mia vita da allora non è più stata la stessa). Quando gli altri mi chiedevano perché non perseguivo quest’uomo in sede giudiziaria, rispondevo loro che non ci pensavo nemmeno, che volevo piuttosto inviargli una lettera di scuse perché l’avevo condotto in quello di cui io avevo bisogno nella mia vita. Avevo attirato un incidente, in quanto ho avuto bisogno di questo per andare verso ciò che volevo – un destino divino – per fare un passo di più, per finire d’essere così testardo, per essere un pò più ricettivo. Senza cambiare totalmente, questo ha tuttavia cambiato, mi ha reso più ricettivo, mi ha addolcito nel mio approccio alla vita. Allora a chi la colpa? All’uomo che guidava l’autocarro, o a me che chiedevo un aiuto divino?

 

   In quanto occidentali, ci identifichiamo enormemente al nostro corpo, ed anche alla nostra personalità. Se perveniamo ad avere una reale comprensione, dall’interno, che non siamo il nostro corpo, che non siamo la nostra personalità, questo non potrebbe aiutarci ad accogliere diversamente la morte ?

   Nelle società occidentali, ci viene insegnato questo: che siamo ciò che facciamo; che siamo il nostro corpo. Questo fa parte della nostra educazione. Nelle nostre società occidentali, non ci si siede per parlare di morte – la morte è tabù. Quante persone, quante famiglie, parlano della morte, parlano di qualunque cosa che tratti la morte? E cos’è la morte? Quante persone si pongono la domanda di che cos’è la morte? Di cos’è la vita? Non domandarsi, ma interrogarsi con altri. Quante persone si siedono per parlare con altri di questo processo? Della vita intera, della vita e della morte?

 

 Allora, che cos’è la morte?

   La morte è semplicemente il passaggio del corpo, il lascito del corpo. La morte del corpo fisico non è la morte. E’ solo un abbandono del corpo. La morte come la intendono gli occidentali non esiste.

 

  La morte è dunque l’esperienza ultima dell’abbandono? Poiché voi parlate di abbandono per la morte, possiamo dire, nella nostra vita, che siamo messi tutti i giorni in faccia a delle “morti” da accogliere, degli abbandoni da fare?

  Si. Nelle nostre società, nelle nostre vite, l’abbandono è una cosa molto difficile per praticamente tutta la gente. Chiedete di abbandonare un cattivo sentimento, ed è come se voi chiedeste di strappare un dente senza anestesia. Le persone non sanno abbandonare. E non siamo capaci di abbandonare un emozione, un sentimento, un’idea, come possiamo abbandonare il nostro corpo? Come possiamo essere preparati a proseguire coscientemente ed essere sereni con il fatto che proseguiamo semplicemente il nostro viaggio? Perché la morte, così come la chiamano gli occidentali, non è altro che un abbandono, abbandono di questa macchina, di questo corpo.

 

   In quanto esseri umani, se noi ci cristallizziamo fortemente nella nostra personalità, se non utilizziamo le nostre qualità di cuore, le nostre possibilità ad aprirci, queste qualità possono scomparire anziché essere utilizzate?

   Questo ritorna a farci parlare di ogni sorta di pratica, qualunque essa sia – come la pratica di uno strumento, di uno sport, d’un mestiere, di un piacere. Se non pratichiamo, non è che perdiamo, ma non abbiamo un contatto con il livello di precisione, di realizzazione che potremmo accrescere. Quindi non direi che le qualità del cuore scompaiono, ma direi che, senza il lavoro su di noi per essere differenti, ci cristallizziamo sempre più, in qualunque cosa noi facciamo. Quali che siano le nostre personalità, le nostre abitudini, si, più invecchiamo, più lungamente ci esercitiamo a queste cose e più diventa difficile di disfarsene. Ma da lì a dire che le qualità del cuore spariscano, no. C’è sempre una possibilità. Per chiunque sia. Compresa assolutamente la fine, proprio nel momento dove la persona é pronta a morire, la persona può vedere, può ricevere. C’è sempre una possibilità, sempre. E’ solo che, nella misura in cui invecchiamo, senza praticare, senza utilizzare il cuore, questo diviene sempre più difficile. Ma questo non scompare. Utilizzare la parola “scomparire” fa di questo una cosa molto permanente. C’è sempre una possibilità.

 

  Queste qualità ci sono dunque, ma coperte, e nella misura in cui non sono utilizzate, ciò richiede più tempo per scoprirle?

  Ecco. Le persone che sono sportivi professionisti, qualunque sia lo sport praticato, lavorano tutti i giorni, ore al giorno, praticando lo sport, lavorando, lavorando, lavorando e ciò li rende molto bravi nella loro disciplina. Non è diverso per noi, di lavorare su di noi, di lavorare la nostra personalità, il nostro cuore, di cambiare in sé ciò che non apprezziamo, per diventare ciò che apprezziamo. Più pratichiamo e più diventiamo semplicemente in grado di essere con ciò che incontriamo, anche se non é confortevole. Smettiamo di praticare ed ecco che ciò che vogliamo diventare si nasconde nuovamente. Noi riceviamo ciò che emettiamo, noi otteniamo ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione e la nostra energia.

   Tutte queste cose sono molto reali. Un grande numero di persone che leggono dei libri, vanno a delle conferenze o dei seminari… convengono, ma ciò resta di dominio dell’intelletto. Non vedono realmente che riceviamo ciò che emettiamo. Se vedono ciò chiaramente, ci sarebbe molto dolore nel loro cuore, sarebbero portate a lavorare molto duramente le loro pratiche per avanzare, per essere libere, per essere nel cuore, per scoprire il loro lato divino.

 

   Il lavoro su se stessi porta anche alla scomparsa di certe forme di pensiero, come la tendenza a “classificare” le cose in questo caso, all’emissione di emozioni negative, al giudizio, alla svalorizzazione del se, per citarne alcuni?

   Alcuni possono scomparire, altri no. Un’eccellente illustrazione di questo processo di scomparsa o no di questo pensiero nella misura in cui si lavori su se stessi è il film americano “A beautiful mind”. Per l’uomo nel film, come per me stesso e per molte persone che conosco, vi sono abitudini che, direi, non scompaiono, ma a cui non accordo molto valore, attenzione. Sono sempre presenti, e quando una appare, posso dire “Ah, rieccola!” ma non vi partecipo, non vi metto energia.

Si può dire che alcune cose non scompaiono mai, ma se non vi partecipate, se le osservate, vedete, le sentite semplicemente per ciò che sono, allora poco importa se scompaiono o no. Molte persone su un cammino spirituale, un cammino di risveglio, di libertà (qualunque sia il nome che volete dargli), vogliono che queste cose scompaiano completamente, non avere più occasione di rivederle. Semplicemente questa non é la realtà. Dal momento che voi non lasciate allenare l’abitudine in questione, che differenza c’è che scompaia o che sia lì? Voi vedete la differenza?

 

    Si

   La maggior parte delle persone che inizia un cammino, a anche quando ci sono dentro, hanno delle attese che sono infondate. Non hanno nessuna reale idea di se stessi se pensano che tutto vada a scomparire. Se non lavorate realmente su di voi sino al punto di essere capaci di vedere una cosa e di non metterla in azione, voi non conoscerete la differenza. Nello stesso modo, le persone su un cammino spirituale che pensano che un maestro spirituale dovrebbe essere così, comportarsi cosà, hanno delle attese che non sono reali.

Il meglio che chiunque di noi possa fare è di lavorare verso la morte di queste cose incoscienti che mettiamo in azione per automatismo: la messa in azione della collera, del complesso d’inferiorità, della depressione, del povero me, di tutte queste cose… lasciatele morire, smettete di parteciparvi, e vedete cosa resta. E’ il meglio che possiamo domandarci.

Così, esercitatevi a non mettere in azione tutte queste cose incoscienti che fate meccanicamente, tutti questi programmi che riproducete, e vedete ciò che è qui per voi. In quanto se potete smetterla di farvi trascinare da queste abitudini, la vostra vita cambierà enormemente. Sarete molto più felici, molto più liberi.

Ho passato quasi la metà della mia pratica spirituale, dove tutto ciò che volevo era il risveglio. A più riprese ho fatto l’esperienza dello stato di libertà. Chi sono per credere che sono abile al risveglio semplicemente perché l’ho praticato? Il risveglio é un dono della grazia. Può essere che ciò sia per voi, ma può anche non esserlo. Non si è obbligati di essere risvegliati per avere una via differente. Il risveglio, in breve, è la morte – dal momento che siete ancora vivi – è la morte ultima di voi stessi, di chi voi siete, di ciò che pensate di essere, di come pensate, tutto questo muore. E’ la morte ultima, mentre siete ancora in vita.

 

Che cosa resta?

Ciò che resta è vivere, vivere liberamente, vivere senza tutte queste idee preconcette, vivere senza attitudini. Ciò che resta, siete voi, nell’istante presente. Ciò che resta, è una persona che è libera e distaccata da tutto il programma parentale, sociale, di tutti i modi in cui dovremmo essere.

 

   E’ per questo che ci è difficile abbandonare – in quanto talmente paura d’essere in questo luogo che sospettiamo interiormente?

   Si. E’ un luogo sconosciuto. Negli anni di lavoro con le persone, è molto sorprendente: delle persone che hanno fatto l’esperienza d’essere libere, si mettono ad avere paura di questa libertà, in quanto i loro programmi li addestrano per riportarli in ciò che conoscono, riportarli a ciò che è familiare. Ed allora ritornano nei loro programmi. Il mentale non sopporta il cambiamento, inconsciamente, fa tutto ciò che è in suo potere perché le persone non rivivano mai questo spazio di libertà di cui hanno fatto esperienza.

 

 

 Inoltre, alcuni di noi non sanno neanche che un tale luogo esista, continuiamo ad essere trasportati dai nostri condizionamenti, che ci rendono così infelici, ripetendo questo  a nostra insaputa anche se ci augureremmo di vedere scomparire.

E’ più confortevole di essere miserevole, che di praticare ed essere felici e più liberi. E’ più scomodo di diventare più liberi e più coscienti. E’ così che il nostro mentale ed il nostro corpo  guardano le cose quando dobbiamo fare un cambiamento. Cambiare ogni abitudine, piccola o grande, chiede uno sforzo ed è scomodo. Ma cos’è più scomodo? Fare lo sforzo durante un certo periodo di tempo e poi diventare confortevoli? Oppure, non fare lo sforzo, ed essere scomodi per il resto della propria vita?

Molte persone giungono fino a lasciare il lavoro con noi in quanto hanno talmente paura di essere felici, così paura di essere liberi. Questo gli è molto sconosciuto. Sono di fatto a disagio, la morte di tutti questi programmi è talmente scomoda per loro che si fermano e non vogliono mai più guardare questo. Questo tocca la maggioranza delle persone. Una minoranza di persone vorrà fare di tutto per ritrovare questo spazio di libertà interiore e vorrà sapere come. Ma è una minoranza. La maggioranza fugge, in una maniera o in un altra, e non si volta all’indietro. Anche se continuano a lavorare, resistono enormemente alle pratiche che le condurrebbero in quei luoghi.

Guardiamo nella nostra società: la morte nella nostra società é tabù. Non parliamo di morte fisica, non conosciamo niente della morte fisica, e che cosa ciò richiede per trasformarsi? La morte ultima, che è di disfarci dai nostri condizionamenti, dalla nostra personalità, e di fare il salto verso la nostra libertà. E’ lì la morte ultima: la morte dei condizionamenti, morire emozionalmente, mentre siete ancora in vita. Morire a sé, é comunque morire. Che differenza tra questo, e morire fisicamente?

 

 

   Poiché questo spazio interiore é qui, che cosa ci impedisce di percepirlo e di vederlo?

  Le paure. Ancora una volta, la paura dello sconosciuto.

 

   Allora cosa resta, del tempo del nostro vivere, ed anche dopo?

   Il nostro essere, la nostra essenza, il nostro cuore. E’ ciò che é qui se si muore a se stessi. E’ ciò che é qui se si muore fisicamente. E’ qui, in ogni momento.

Sarete una forza positiva invece di una forza negativa. Invece di fare parte del problema, farete parte della soluzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ramana Maharshi, domande sulla reincarnazione

3millenaire - Ven, 24/02/2012

Ramana Maharshi

DOMANDE  SULLA  REINCARNAZIONE

Traduzione di Maurizio Redegoso Kharitian

 

con Ramana Maharshi (1878 – 1950)

 

Ramana Maharshi e considerato come uno dei grandi maestri tradizionali della scuola filosofica dell’Advaita (non dualità) Vedanta. Il suo insegnamento è essenzialmente centrato sul Sè e la domanda “Chi sono?”.

Queste domande/risposte sono estratte da un libro che raggruppa delle conversazioni raccolte da David Godman con l’intento di presentare l’insegnamento di Ramana Maharshi (Sois ce que tu es, Jean Maissonneuve, 1988, pp. 243-250).

 

Quando un uomo è morto, entro quale limite temporale prende una nuova nascita? Immediatamente o dopo molto tempo?

Non sapete ciò che eravate prima della vostra nascita e volete sapere ciò che sarete dopo la vostra morte. Sapete soltanto ciò che siete adesso?

Nascita e rinascita appartengono al corpo. Voi identificate il Sè al corpo. E’ un errore. Credete che il corpo è nato e morirà e confondete i fenomeni relativi al corpo con il Sè. Conoscete il vostro vero essere e non inquietatevi con queste domande.

Si parla di nascita e rinascita solo per farvi andare al fondo della questione e scoprire che non c’è né nascita né rinascita. Esistono solo in relazione al corpo, e non con il Sè. Conoscete il Sè e non siate perturbati dai dubbi.

Il punto di vista Buddico, secondo il quale non vi é entità permanente rispondente alle caratteristiche dell’anima individuale, é corretto o no? E’ compatibile con la nozione induista di un ego che si reincarna? L’anima é un’entità permanente che si reincarna continuamente secondo la dottrina induista, oppure é un aggregato di tendenze mentali (samskara)?

Il vero Sè é permanente ed inalterabile. L’ego che si reincarna appartiene al piano inferiore, quello del pensiero. E’ trascendente dalla realizzazione del Sè.

Le reincarnazioni sono dovute a delle false nozioni che il Buddismo rifiuta. Il nostro stato attuale d’ignoranza é dovuto all’identificazione della coscienza con il corpo inerte (jada).

   Non andiamo in paradiso (svarga = cielo d’Indra, soggiorno temporaneo degli esseri virtuosi dopo la morte) in conseguenza dei nostri atti?

Questo è vero come la nostra attuale esistenza. Ma, se cerchiamo ciò che siamo e scopriamo il Se, che bisogno abbiamo di pensare al paradiso?

 

   Non devo provare di sfuggire alla rinascita?

Si. Scoprite colui che è nato e che adesso assume le difficoltà dell’esistenza. Quando state dormendo, pensate alle rinascite, o anche  alla vostra esistenza presente? Andate in fondo al problema, alla fonte stessa, ed é lì che troverete la soluzione, per sapere che non c’é nascita, non ci sono difficoltà presenti, non ci sono malattie. Il Sè é la totalità, e la totalità é perfetta. In questo stesso istante voi siete liberi da tutte le rinascite, perché trastullarvi in questo modo.

   La rinascita esiste?

Sapete cos’é la rinascita?

Oh si, so che esisto adesso, ma voglio sapere se esisterò nel futuro.

Passato!… Presente!… Futuro!…

   Si, adesso é il risultato d’ieri, del passato, e domani il futuro, sarà il risultato di oggi, il presente. Ho ragione?

Non c’é passato, né futuro. Non vi é che il presente. Ieri era il presente per voi quando ne avete fatto l’esperienza, e domani sarà anche il presente quando ne farete l’esperienza. Di conseguenza, l’esperienza prende posto soltanto nel presente: al di là dell’esperienza, niente esiste.

   Allora, il passato ed il futuro sono della pura immaginazione?

Si, anche il presente é immaginazione pura, in quanto la nozione di tempo é puramente mentale. Lo stesso la questione di spazio. Ed é per questo che nascita e rinascita che si situano nello spazio e nel tempo non possono essere nient’altro che delle creature mentali.

Qual’é la causa del “tanha”, la sete d’esistenza, e di rinascita?

   La vera rinascita é la morte dell’ego nello Spirito. E’ Il senso della crocifissione di Gesù. Ogni volta che vi é identificazione al corpo, un corpo é sempre disponibile, che sia questo o un altro, fino a ciò che il senso del corpo scompaia fondendosi nella sua fonte, lo Spirito o il Sè. (…)

La sete d’esistenza é la natura stessa della vita, che é esistenza assoluta, sat. La coscienza indistruttibile per natura, s’impregna di una sorta di apprensione della sua distruzione perché si é identificata ad uno strumento distruttibile, il corpo. A causa di questa falsa identificazione, é tentata di perpetuare il corpo é ciò da come risultato una successione di rinascite. Ma, quale che sia la durata di questi corpi, arrivano in definitiva al loro termine e si rendono al Sè che é la sola esistenza eterna.

Abbandonate la falsa identificazione e ricordatevi che il corpo non può esistere senza il Sè, mentre il Sè può esistere senza il corpo. (Infatti, é sempre senza di lui).

Ho sentito parlare, nella teosofia, di un intervallo di diecimila anni tra la morte e la rinascita. Perché questo?

Non c’é relazione tra i campioni di misura in uno stato di coscienza ed un altro. Tutte queste misure sono ipotetiche. E’ vero che per certi individui, é più lungo che per altri. Ma occorre capire bene che non é l’anima che va e viene, ma lo spirito pensante dell’individuo che fa apparire le cose così. Su qualche piano in cui lo spirito agisce, provoca la reazione di un corpo: nel mondo fisico, si tratterà di un corpo fisico, e nel mondo dei sogni, si tratterà di un corpo onirico che sarà bagnato da una pioggia onirica, e malato a causa di una malattia onirica. Dopo la morte del corpo fisico, lo spirito resta per un certo tempo inattivo, come nel sonno senza sogno, o senza mondo e dunque senza corpo. Ma molto velocemente ridiventa attivo in un nuovo mondo ed un nuovo corpo – “astrale” diremmo noi – fino a darsi un nuovo corpo fisico in ciò che chiamiamo rinascita. Ma lo jnani, che ha raggiunto la realizzazione del Sè, e dunque lo spirito ha già cessato di agire, non é intaccato dalla morte. Il suo spirito ha cessato di esistere ; é scomparso e non ritornerà più per provocare nascite e morti. La catena delle illusioni é per lui definitivamente rotta.

Ciò dev’essere ben chiaro adesso, che non vi é né nascita né morte. E’ lo spirito che crea e mantiene l’illusione di una realtà che subisce questo processo, fino a che sia distrutto dalla realizzazione del Sè.

Ma la morte non scioglie l’individualità di una persona in modo tale che non possa più esserci nascita, come i fiumi che si gettano nel mare perdendo la loro individualità?

Ma quando l’acqua evapora e ritorna sotto forma di pioggia sulle montagne, da nuova vita a corsi d’acqua che vanno a gettarsi nell’oceano. Nello stesso modo, le individualità perdono la loro indipendenza durante il sonno e la ritrovano in seguito secondo le loro predisposizioni precedenti (samskara). E’ la stessa cosa dopo la morte, l’individualità della persona con i suoi samskara non si é smarrita.

   Questo come può essere?

Vedete come un albero i cui rami sono stati tagliati continui a crescere. Fin tanto che le radici dell’albero non sono state danneggiate, l’albero continua a crescere. Nello stesso modo per i samskara che alla morte sono sprofondati nel Cuore, ma, conservando le loro radici, suscitano una rinascita appena l’occasione é propizia. E’ così che le “individualità” (jiva) rinascono.

Non sostenete la teoria della rinascita?

No, voglio anche sbarazzarvi da questa idea confusa di rinascita. Siete voi che immaginate che rinascerete.

Cercate a chi si pone questa domanda. Fin tanto che colui che pone la domanda non è stato trovato, la domanda resterà sempre senza risposta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Jeff Foster, Angelo Silesius

3millenaire - Mer, 15/02/2012

 

Angelus Silesius

(1626 – 1677)

LE  DUE  MORTI

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Kharitian

 

Johannes Scheffler, dal pseudonimo di Angelus Silesius, è nato in Slesia in una famiglia della nobiltà luterana. Nel 1643, a Strasburgo, studia la medicina, la politica e la storia, poi a Leyde in Olanda, scopre le opere di Jan van Ruysbroeck, Maestro Eckhart, Henri Suso, Jean Tauler, Jakob Boehme. A Padova, riceve il titolo di dottore in filosofia e medicina quindi diventa il medico ufficiale del Principe di Oels. Nel 1649, frequenta delle cerchie mistiche; la sua vita interiore subisce dei profondi cambiamenti e le sue letture lo conducono a convertirsi al cattolicesimo nel 1653. Silesius si ritira per tre anni in solitudine e redige una raccolta di aforismi e di distici intitolati “Il Pellegrino Cherubinico”, che testimonia, in un stile lapidario, la profondità della sua vita spirituale. La sua opera appare nel 1657 all’epoca in cui fu medico alla Corte Imperiale di Ferdinando III. Nel 1661 è ordinato prete e dopo la morte del suo protettore, Sebastian von Rostock, si ritira nella casa dei Fratelli Portecroix dove morì il 9 luglio 1677.

I distici, qui presentati, sono estratti dal “Pellegrino Cherubinico” (dall’editore francese Aubier, 1946).

 

La morte spirituale

 

 

Muori prima di morire, al fine di non morire quando dovrai morire: or bene non dovrai che perire. (IV, 77)

 

La morte gloriosa

 

Cristiano, è una morte gloriosa essere solo morto a tutto, e di avere conquistato con questo lo spirito di povertà. (IV, 214)

 

La morte

 

   Desideriamo la morte, eppure la fuggiamo: uno è impazienza, e l’altro viltà. (IV, 102)

 

 

L’uomo è due uomini

 

Due uomini sono in me: l’uno vuole ciò che vuole Dio; l’altro, ciò che vuole il mondo, il demonio e la morte (V, 120)

 

 

La morte di Me fortifica Dio in te

Nella misura in cui il mio Me languisce e deperisce in me, in questa stessa misura il Me del Signore ne prende forza. (V, 126)

 

Quando ci si appropria la morte del Signore

 

Amico, se muoio a me stesso qui e adesso, mi approprio solo ora della morte del Signore (V, 360)

La morte

 

La morte non mi commuove: attraverso essa, non faccio altro che arrivare dove sono già con il cuore tramite il mio spirito. (IV, 81)

 

La vita e la morte

 

Nessuna morte è più bella che quella che da la vita: nessuna vita è più nobile che quella che sgorga dalla morte. (IV, 103)

 

Vivere fuori di Dio, è essere morto

 

Uomo, mi puoi credere: se non vivi in Dio, puoi vivere mille anni, in altrettanti anni sarai morto (V, 111)

 

La morte è buona e cattiva

 

Così buona è la morte per chi muore nel Signore, così cattiva è per chi perisce fuori di lui. (IV, 105)

 

La morte mistica

 

 

La morte mistica è beata : più è forte, più splendida è la vita che si eleva in essa (I, 26)

 

 

Morire fa vivere

 

Morendo mille volte, il saggio chiede mille vite per la Verità stessa (I, 27)

 

 

 

 

 

La più felice delle morti

 

Nessuna morte è più felice, che quella che muore in Dio, e perire, corpo e anima, per il Bene eterno (I, 28)

 

 

La morte eterna

 

La morte da cui non sboccia una vita nuova, è quella che fugge la mia anima tra tutte le morti (I, 29)

 

Non c’è morte

 

Non credo alla morte: che io muoia ad ogni ora, ho trovato ogni volta una vita migliore (I, 30)

 

La morte perpetua

 

Muoio e vivo per Dio : se voglio vivere eternamente per Lui, devo anche per Lui rendere eternamente l’anima (I, 31)

 

 

Dio muore e vive in noi

 

Non muoio né vivo: Dio stesso muore in me: e ciò che devo vivere è anche Lui che lo vive incessantemente (I, 32)

 

 

Niente vive senza morire

 

Dio stesso deve morire, se Egli vuole vivere per te: come credi, senza morte, di ereditare della sua vita ?(I, 33)

 

La morte ti sfida

 

Quando sei morto e Dio è divenuto la tua vita, soltanto allora sei entrato nell’ordine degli alti dei. (I, 34)

 

La morte è la migliore delle cose

Io dico che, poiché la morte sola mi libera, è tra tutte le cose la migliore delle cose (I, 35)

 

 

Non c’è morte senza vita

 

Io dico che niente muore: non è altro che un’altra vita, quella dei tormenti stessi, che ci da la morte (I, 36)

 

Dio è in te la vita

 

Non sei tu che vivi: in quanto la creatura è morte; la vita che ti fa vivere in te è Dio (II, 207)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Perchè l’impersonale non esiste

3millenaire - Mer, 08/02/2012

JEFF FOSTER

Perché  l’impersonale non esiste

La nascita e la morte del fondamentalismo nella non-dualità/gli insegnamenti dell’Advaita.

 

 

Traduzione di Maurizio Redegoso Kharitian

 

 

Govinda dice: “Ciò che tu chiami una cosa, è qualcosa di reale e di essenziale? Non è semplicemente un’illusione di Maya, un’immagine, un’apparenza? Ciò che chiami pietra, albero sono reali?”

 

Questo non mi sconvolge” dice Siddharta.

Se sono delle illusioni, allora sono io stesso un’illusione, sono della mia stessa natura… E’ per questo che posso amarle…”

 

                                                                                          Siddhartha, Hermann Hesse

 

 

Qualche mese fa ho fatto questa dichiarazione : Non sono più ufficialmente un “insegnante di Advaita” o un “insegnante della non-dualità” – se mai ne sono stato uno. La vita non può essere messa in parole, e per belle che siano, le parole dell’Advaita/non-dualità devono essere alla fine respinte. Non ho mai potuto pretendere di essere una qualunque autorità in questa materia. Continuerò a parlare, a cantare le mie canzoni per quelli che vi sono aperti e vogliono ascoltarle, ma il bisogno di aderire ad una tradizione non esiste più, non più di quello di utilizzare il linguaggio dell’Advaita per evitare un impegno umano reale e autentico, per pretendere di essere in un modo più o meno “speciale”, per ingannarvi e dirvi maggiormente che voi, per giocare all’ “insegnante” rifiutando di incontrarvi nel gioco e finendo di ascoltarvi in quanto vedo che siete “ancora invischiati nel sogno” o “ancora una persona”. Questo messaggio è un messaggio d’amore, nel vero senso della parola – altrimenti non è altro che del nichilismo sotto spoglie di libertà. La “polizia dell’Advaita” risponde : “Chi se ne preoccupa?”. Ed io dico : “Io, me ne preoccupo”.

 

Spiego in questo saggio perché rispondo così.

 

Il messaggio dell’Advaita radicale

Se ascoltate certi insegnanti della non dualità/Advaita che attualmente occupano la scena, potrete avere l’impressione che esista qualcosa di terribilmente nocivo nel fatto di avere una “storia” personale. Avere una storia creata per il pensiero su voi stessi, le vostre esperienze passate, le vostre relazioni, i vostri sentimenti, i vostri desideri e le vostre paure ecc. – in altri termini essere un essere vivente, un essere umano che respira – è un segno di evidente illusione e di dualità. E dovete svegliarvi da questa confusione !

 

Se vi recate ad un incontro pubblico di un insegnante di “Advaita radicale” e se, al momento delle domande, cominciate a parlare di qualcosa di personale – per esempio, la morte di una persona cara, una delle vostre dipendenze, un evento doloroso che si è prodotto nel vostro passato – vi diranno che siete “incastrati nella vostra storia”, “perduti nel sogno del tempo e dello spazio” o diranno semplicemente che siete “ancora una persona” e “non ancora risvegliati”. Il fatto che “raccontate una storia” mostra che arrivate ancora dalla dualità – siete ancora identificati in quanto cercatori, calcinati nel personale. Una volta “arrivati”, non racconterete più storie personali. Esisterete nell’eterno Presente e non saprete niente del vostro passato.

 

 

Quegli insegnanti là, certamente non raccontano più storie (se è vero che l’enorme storia che tutte le storie sono un segno d’ignoranza…). Sottintendono che essi stessi esistano in una sorta di stato mistico al di là del personale o che sono entrati in uno spazio dove il personale non ha più alcun senso, alcuna importanza, alcun interesse. Non hanno più passato e futuro, più di “relazioni personali” (chi sarebbe qui per avere una relazione?) e non soffrono mai (in quanto ogni sofferenza è un illusione, non è vero?). Finite per sentirvi inferiori a queste persone (queste persone dove l’assenza delle persone, o tutt’altro nome che esse si danno oggi) e vi sentite contemporaneamente molto colpevoli e narcisisti per essere ancora interessati dalla vostra storia personale. La liberazione, o l’illuminazione, non vi è ancora evidentemente arrivata! Allora aspettate e aspettate che la liberazione arrivi, e anche se questi insegnanti dicono che non c’è niente da fare per aspettare la liberazione e nessuno, qui, per fare qualunque cosa, continuate ad andare alle loro riunioni, a leggere i loro libri, nella speranza vana che ciò arriverà un giorno… anche se non esiste nè “voi” nè “un giorno”…

 

Che rompicapo! Per questi insegnanti i vostri “mal di testa” sono un altro segno che non siete ancora giunti. I loro insegnamenti sono al cento per cento puri, veri, senza compromessi, brutalmente onesti – la vostra confusione è un vostro problema, un segno della vostra ignoranza. Il fardello della colpevolezza pesa su di voi.

 

Anche se questi insegnanti parlano di libertà, della magia dell’esistenza e della complessità di tutte le cose, nel loro  diniego o rifiuto del personale inviano un messaggio chiaro al cercatore: continuate a cercare, in quanto un giorno il personale affonderà. Il cercatore resta aggrappato alla promessa di uno stato futuro o di un’esperienza “impersonale”, anche se, certamente, l’insegnante smentisce che promette qualunque cosa al cercatore. Nella gerarchia dell’Advaita radicale, l’impersonale è meglio o più reale, meno illusorio che il personale – anche se è nello stesso modo decretato che ogni gerarchia è illusione… L’Advaita radicale è senza alcun dubbio una forma sottile di ricerca.

 

Ciò che questi insegnanti non possono vedere, è che la loro posizione “impersonale” (nel senso di anti-personale) è una preferenza molto personale. Affermano che il loro insegnamento è “impersonale” e senza intenzioni nascoste (in quanto non si indirizzano a voi in quanto persone separate), mentre, ben inteso, la loro preferenza per evitare o scartare la vostra storia personale è molto personale e proviene dall’intenzione di farvi realizzare che non siete ancora liberati. Mettendo avanti l’impersonale, facendo dell’impersonale la verità assoluta, creano in realtà la divisione stessa, che dicono di avere trasceso, tra il personale e l’impersonale, l’assoluto ed il relativo. Ed anche se non permettono alcuna storia personale durante gli incontri, fuori da questi gli insegnanti raccontano delle storie, scherzano, discutono e difendono delle posizioni come tutti. Perché fare una divisione tra ciò che succede durante gli incontri e fuori da questi? Perché una regola per loro ed una per noi? Perché questi incontri devono essere una rappresentazione? La liberazione non dovrebbe liberare a colpo sicuro il bisogno di questa rappresentazione?

 

Tuttavia, non me ne volete, non dico che questi insegnanti siano malvagi o che abbiano torto, o ancora che vi abbiano ingannato intenzionalmente, assolutamente no! Dico che non sono più in risonanza con questo modo di esprimere la verità, questo è tutto. Tenevo io stesso questo tipo di incontri di Advaita radicale e rifiutavo spesso le storie personali come ho appena descritto, capisco dunque perfettamente da dove viene questa forma di impressione.  Amavo questo approccio radicale e senza compromessi… fino al momento in cui ho visto le radici di queste idee e ciò che contenevano. Mi ci è voluto molto tempo – di rimessa in questione e di umiltà – per realizzare che di fatto l’impersonale ed il personale sono uno e che questa posizione “anti personale” non è che una semplice preferenza personale di certi insegnanti spirituali. Non esiste messaggio “impersonale” – ci sono solo persone che agiscono in modo impersonale verso le altre, delle personalità impersonali – ma non messaggi impersonali. Ciò che molti di questi insegnanti chiamano “verità impersonali” è in realtà la loro propria attitudine anti personale mascherata di fatto oggettiva.

 

 

L’ IMPERSONALE ED IL PERSONALE

 

Qualunque cosa sia l’impersonale, si esprime in realtà in quanto personale, e la vera libertà non può arrivare attraverso diniego o rifiuto della storia personale – è in realtà al cuore di questa storia, al cuore del disordine dell’esistenza umana. E’ in questo modo che brilla la grazia.

 

Pensate a Gesù sulla croce. Lì, nel cuore della sofferenza più terribile – esattamente al centro delle ossa rotte, della pelle e dei muscoli strappati, il Divino brillava, impersonale e libero. Gesù era assolutamente umano ed in questa umanità, assolutamente divino. Non ha trovato libertà sfuggendo dalla croce, rifiutando il personale. No – la libertà, Dio, la completezza era esattamente lì al centro della croce, dove la vita e “la mia vita” si incrociavano e si distruggevano. La libertà era, ed è, la vita stessa.

 

Noi, noi tutti, viviamo al centro di questo incrocio – lì, dove la verticale (ciò che è al di là del tempo e dello spazio) incontra l’orizzontale (il tempo e lo spazio), dove il vero impersonale (lo spazio aperto nel quale appare questa storia) incontra il personale (la storia di “io”). E questo va fino al punto di non poter più utilizzare le parole “personale” ed “impersonale”, in quanto non avete alcun mezzo per separarli. Dove comincia l’uno e finisce l’altro? Può darsi che non esistano linee di separazione – al centro della croce, non vi è forse che l’Uno. Ciò che sono veramente è forse inseparabile  della vita stessa, forse sono sempre stato ciò che desidero tanto… forse…

 

Nella mia storia (si, una storia appare qui – chi potrebbe contestarlo?) ho passato degli anni a respingere il personale, provando a sbarazzarmi della mia storia personale, di installarmi nell’Assoluto, di rifiutare il “qualcuno” e di diventare “nessuno”. Jeff era il nemico, me ne dovevo sbarazzare. Il se personale era il diavolo, e soltanto dalla distruzione del diavolo potevo incontrare Dio. L’ego era la menzogna da eliminare, o almeno era questo che credevo all’epoca. Avevo letto un gran numero di libri spirituali ed ero arrivato a delle conclusioni sulla realtà – non realizzando che le mie conclusioni erano in realtà delle credenze personali. Gli esseri umani sono delle creature stupefacenti. Pensiamo di avere trovato la verità oggettiva, mentre di fatto ci siamo riposti su una credenza soggettiva e l’abbiamo dimenticata.

 

Per un certo tempo, “l’impersonale” sembrava per me la libertà, in quanto il personale era divenuto invivibile. La mia storia personale (l’esistenza relativa)  era diventata un inferno – odiavo la mia vita, soffrivo di una terribile fobia sociale, vivevo come un fallimento totale, non vedevo alcun interesse a vivere – e dunque fuggire nel paradiso impersonale, promesso dagli insegnamenti dell’Advaita, prendeva tutto il suo senso. “Non c’è io, non c’è voi, non c’è mondo, non c’è altro, la sofferenza non esiste, non c’è alcuna responsabilità a nessun livello”  Wow! Che conforto per lo sfinito ricercatore! Un andata per la libertà lontana da tutti i problemi del mondo! Alleluia! – Nessuna responsabilità, nessun passato, nessuna scelta – che sollievo! Potevo fare e dire ciò che volevo, anche ferire intenzionalmente delle persone e questo non aveva nessuna importanza, in quanto tutto era l’Uno e che in ogni caso non avevo alcuna scelta. Almeno, credevo.

 

Pensavo di essere libero, e durante quel periodo il cercatore si nutriva, si ingozzava di tutti questi nuovi concetti dell’Advaita. Pensavo di non essere nessuno e, infatti, la mia storia personale si compiaceva dell’idea stessa che ero “al di là” o “al di sotto” del personale. Pensavo di essere libero da ogni divisione e, in realtà, la “non-dualità” e la “dualità” erano in guerra, il “personale” e “l’impersonale” litigavano violentemente. Respingevo tutti i cammini spirituali e pratiche – erano tutti duali e basati sull’ignoranza. Ero in guerra con tutti gli insegnanti che sembravano proporre un cammino personale. Consideravo questi insegnanti come “dualisti”, perché indirizzandosi ad una persona e offrendole una speranza qualunque, sembravano, di fatto, nutrire la ricerca e tenere le persone prigioniere delle loro storie. Gli insegnamenti impersonali – quelli che non si indirizzano ad una “persona” e non offrono al cercatore non esistente una speranza o conforto – erano l’unica verità : questa sembrava essere la sola progressione logica. E mai prevenire le persone contro questi insegnanti dualisti che tenevano persone prigioniere, nella loro ignoranza, e certamente quando mi si interrogava a questo proposito (“Jeff, non è ipocrita di chiamare gli altri insegnanti “dualisti”, mentre gli altri non esistono e che la dualità è un illusione?”), facevo marcia indietro e dicevo che non vi era persona qui con un opinione su qualunque cosa, e che tutto era perfetto così com’era. Ah si, ero diventato molto abile con le parole. Si è obbligati quando dovete difendere una posizione facendo come se non ci fosse questa posizione. E’ come quando i guru sono nati. Chiamo questo il “tranello dell’Advaita” – e all’epoca non pensavo di essere raggirato – pensavo di essere libero. Spesso quando si pensa di essere liberi, si è di fatto più imprigionati che mai.

 

Vivevo così nella mia fortezza impersonale, credendomi libero dal personale, ma segretamente, ero in guerra con il personale. Avevo paura del personale, mi terrificava – si attacca ciò che ci spaventa maggiormente. Un’interazione umana reale, onesta ed autentica? Spaventoso! Aprirmi alla vita, ammettere che avevo torto su certi punti, lasciare le mie credenze ed identità più care? Terrificante! Il rischio di espormi agli altri e di essere rifiutato? No, meglio pretendere che non esistevano altri con cui interagire. L’ esperienza personale è per i sognatori ignoranti. L’impersonale è ben più reale.

 

 Affermavo di essere libero dal personale, ma segretamente, dietro le quinte, soffrivo ancora molto – vi erano ancora delle relazioni che non sembravano pulite, dei punti dove sapevo di non essere stato onesto, dove bloccavo la vita, dove la ricerca proseguiva. Mi sentivo ancora disconnesso dagli altri, bloccato, insoddisfatto in diversi modi – ma poiché credevo di essere liberato o non essere “nessuno”, non potevo riconoscermelo e ancora meno dagli altri. Gli insegnamenti dell’Advaita radicale erano di un grande conforto su questo punto – era un conforto sapere che dopo la liberazione, la sofferenza può ancora apparire, ma che ormai non appartiene a nessuno. Molto bene ! C’era della sofferenza – non ne potevo niente, ed in ogni modo, non vi era niente che potessi fare, in quanto non c’era nessuno per fare chissà cosa. “Sono ancora infelice – essere infelici appariva ancora – ma ora nessuno era infelice”. Il messaggio dell’Advaita portava un grande sollievo.

 

Ma che nessuno ne soffrisse o che qualcuno soffra, la sofferenza era sempre presente – e la sofferenza è la ricerca ! La ricerca continuava, ero ancora in guerra con la vita, affermando di essere libero da ogni ricerca, per promuovere la mia identità “di ex-cercatore”. Oh ! Era così stancante mantenere questa facciata di illuminato o di liberato !

 

Ogni immagine, ogni difesa, ogni fortezza deve tuttavia sgretolarsi alla fine. Nessuna filosofia o sistema di credenze così raffinato, così radicale e senza compromessi che sia, non può proteggervi dalla vita stessa. La vita è l’autorità, e tutti i sistemi di credenze crolleranno di fronte ad essa. La mia fortezza dell’Advaita radicale era stata costruita su delle fondamenta molto precarie…

 

“Non sono nessuno, niente esiste”. Oh si, vi è una magnifica verità: ma nello stesso tempo non è vero, non è assolutamente vero – fino a che ciò che sia in equilibrio dal suo opposto, nell’ambito del sogno. Nessun concetto può cominciare a catturare la vita, in quanto la vita è prima di tutto concetto (compreso quest’ultimo). I concetti sono sempre dualisti – il mondo dei concetti è il mondo del duale: il “se” ed il “non se”, “qualcuno” e “nessuno”, appaiono e scompaiono insieme. Nel sogno, tutto è perfettamente equilibrato dal proprio riflesso – non potete avere l’uno senza l’altro. “Niente esiste” è perfettamente equilibrato da “qualcosa esiste”, ecc.

Tuttavia la vita stessa è sempre al di là di tutti questi opposti. E’ al di là del “se” e del “non se”, della “persona” e della “non persona”, del “cammino” e del “non cammino”, del “tempo” e dell’ “assenza di tempo”. La vita in quanto tale, è completamente al di là di ogni comprensione così come l’onda non comprenderà mai l’oceano, in quanto E’ l’oceano…

 

 

L’ ONDA E L’ OCEANO

 

Immaginate un onda in un oceano. L’onda dice a sè stessa : “Sono separata dall’oceano”. Si crede e si sperimenta come esistente separata dall’oceano. Si crede nata in quanto entità separata e che morirà un giorno. Ha una storia di un passato e di un futuro, può parlare delle sue esperienze passate, dei suoi successi, delle sue sconfitte, ciò che ha raggiunto, le sue speranze, i suoi rammarichi e le sue paure. Ed in milioni di modi differenti passa la sua vita a cercare : cercare l’amore, l’approvazione, il successo o l’illuminazione spirituale, e ciò che cerca naturalmente, certamente, è l’oceano. Eppure l’onda è già espressione perfetta dell’oceano – lo era dall’inizio. L’oceano si esprime attraverso tutte le onde apparentemente differenti. L’Uno si esprime attraverso il “multiplo”, anche se in realtà, il “multiplo” non è separato dall’Uno.

 

Il fatto è che l’onda sembra soltanto esistere, sembra solamente – in realtà non esistono onde separate. L’onda letteralmente “es-iste” (in francese “ex-iste”, si tiene fuori) dall’oceano – ma in realtà nessun’onda separata ne sorge. Sembra che qui vi sia un paradosso – un’onda sembra esistere (sorgere) e di fatto non esiste (in quanto come potrebbe sorgere, quando l’oceano è tutto ciò che è? Come potrebbe l’oceano tenersi fuori da se stesso?. Abbiamo il paradosso dell’impersonale apparente come personale. L’onda è allo stesso tempo il personale E l’impersonale. Contemporaneamente esiste e non esiste. Appare essere separata (la storia) eppure non è separata dall’oceano, dalla vita.

 

Ora, il mondo dell’onda è il mondo della dualità. Dal punto di vista dell’onda, sembra che esistano delle divisioni: tra l’impersonale ed il personale, tra l’assoluto ed il relativo, tra la vacuità e la forma, tra la dualità e la non-dualità. Tuttavia dal punto di vista dell’oceano queste divisioni non esistono – niente esiste. Solo un’onda dividerà il personale dall’impersonale, il se dal non se, qualcuno da nessuno. L’oceano non può dividere in questa maniera, in quanto è tutto ciò che è, senza alcuna possibilità da sè stesso. L’acqua non può dividersi dall’acqua.

 

Soltanto l’onda parla. L’oceano resta silenzios : non ha niente da dire. Non “esiste”, in quanto non può “uscire da se stesso”, non può separarsi in alcun modo.

 

Così diventa chiaro che :

 

Solo (l’apparenza di) una persona potrà dividere il personale dall’impersonale, poi affermare che la sua espressione o il suo insegnamento è l’uno o l’altro.

 

Solo una persona affermerà di non essere una persona, in quanto solo una persona vedrà questa divisione (persona/non persona). Nello stesso modo, solo un se affermerà di non avere un sè, solo un ego affermerà di essere libero dall’ego…

Solo un insegnamento ancorato nella dualità respingerà come dualisti gli altri insegnamenti. Solo un insegnante in conflitto con la sua propria ignoranza darà l’etichetta d’ignorante ad altri insegnanti. Il mondo è un perfetto specchio di voi stessi.

 

Se un insegnamento fosse perfettamente impersonale, non esisterebbero, incontri e ritiri spirituali. L’oceano non parla. Per potersi chiamare impersonale, un insegnante deve innanzitutto inscriversi nel personale, non respingerlo. Geniale!

 

Tutto ciò è meraviglioso e significa che nessuno ha la risposta. Ciò significa anche che quando affrontiamo l’oceano, nessun’onda può essere un’autorità. Nessun’onda dell’oceano può trascendere l’oceano – in quanto sono soltanto l’espressione dell’oceano. Un’onda che pretende di avere trasceso l’oceano od essere andata al di là dell’oceano, non è altro che un’onda che fa certe dichiarazioni. Anche il più radicale degli insegnanti dell’Advaita non è altro che un’onda. Nessuno ha “raggiunto” l’impersonale o “è andato al di là” del personale, in quanto l’onda non può andare al di là di essa stessa. Tutte le onde sono uguali in essenza: sono acqua.

 

In altri termini, il personale non può essere l’impersonale finché non include e non abbraccia il personale. Ciò sembra essere una completa contraddizione, ma dovete spesso utilizzare dei paradossi logici quando si parla di qualcosa che può essere messo in parole! L’impersonale è il personale – la non dualità è la dualita – allora sono completi. Non troverete da nessuna parte l’impersonale se non al cuore del personale – un paradosso assoluto, eppure così semplice come la respirazione.

 

Penso che tendenzialmente accada questo :

 

L’onda vede che è oceano.

L’onda utilizza questa visione per negare che vi è stata inizialmente un’onda – o che non ce né stata mai una.

 

Sì, è molto sottile. E’ per questo che dovete essere molto prudenti quando parlate della non-dualità! Vedete, il cercatore vuole essere nutrito. Appena il cercatore ha afferrato un concetto – “non c’è io, non c’è mondo, non c’è sofferenza ecc.” – se queste parole designano di non essere viste con una chiarezza assoluta, il cercatore le utilizzerà per approfondire la ricerca e l’identificazione. Per esempio se non esiste libero arbitrio, non esiste scelta, se gli altri non esistono e che nessuno ne soffra, “posso allora fare tutto ciò che voglio, posso uscire ed uccidere qualcuno, questo non è importante,  perché tutto è UNO e non c’è scelta”. Ecco ciò che accade quando la non-dualità diventa un altro sistema di credenze, un’altra religione, un’altra forma di separazione.

 

 

LA  FINE  DEL  FONDAMENTALISMO

 

Il modo in cui parlo della non-dualità è veramente cambiato nel corso degli anni, è evoluto fino ad incorporare questa visione fondamentale della non-separazione tra ciò che chiamiamo “il personale” e l’ “impersonale”.  Avevo l’abitudine di parlare molto più dal punto di vista dell’Assoluto – la prospettiva oceanica : nè io, nè voi, nè mondo – e lo faccio ancora talvolta, ma solamente in certi momenti ed in certi contesti, quando ciò sembra appropriato. Dal punto di vista dell’oceano, non c’è né tempo, né spazio, niente da fare e dove andare, in quanto l’oceano è al di là di tutte queste divisioni. Tuttavia contemporaneamente, la verità ultima si esprime in quanto spazio e tempo, in quanto apparenza delle onde, in quanto apparenza di qualcuno in un mondo. Non vi è né voi, né io, ma esiste l’apparenza di voi ed io - è qui che viviamo, dove ci incontriamo: nell’apparenza. Non esistete, eppure voi siete, ed è per questo che posso amarvi. Non sono qui in quanto entità separata, eppure sono qui, incontestabilmente, esattamente come voi. Ciò che sono (in quanto oceano) è al di là della storia, eppure incontestabilmente la storia appare (l’onda) – ed in quanto onda, non ho bisogno di rinnegare la storia o pretendere che non esista – come potrebbe la storia negarne un’altra? Danzo e gioco in quanto onda, riconoscendomi ad ogni momento come l’oceano, senza alcuna contraddizione. Questo appare come un paradosso solo per il mentale che cerca…

 

Così ciò che è vista attualmente è che la non-dualità non è il rifiuto della dualità, ma la sua celebrazione – una celebrazione così completa che non è nemmeno possibile di utilizzare le parole “non-dualità” e “dualità” separate l’una dall’altra. Qualcuno e nessuno sono in realtà uno – non sono mai stati due. Se non c’è “nessuno” è la crocifissione, e quando “qualcuno” appare è la resurrezione. La crocifissione necessita della resurrezione per essere completa. In questo modo l’Advaita radicale non è che parzialmente vero – fino a quando si completa con la sua riflessione.

 

Quando guido la mia auto troppo velocemente sull’autostrada, un poliziotto mi interpella e mi domanda il mio nome, rispondo : “Jeff Foster”. Non dico : “Non sono nessuno” o “Jeff Foster non esiste”. Anche se tutto ciò può essere vero ad uno stadio ultimo, quando lo dico, non è vero – è semplicemente un altro concetto. Nessuno vive nella “verità ultima”. Non possiamo vivere nell’ultima. Viviamo qui, in questo mondo di tempo, spazio e di cose apparenti, incontro dunque un poliziotto e dico “Jeff Foster” – è questo l’amore  (Si l’amore, anche con un ufficiale di polizia !). L’insegnante di non-dualità più integralista darà il suo nome quando sarà interpellato dalla polizia. Chi può negare il nome e la forma? Chi può negare la storia? Chi rinnega il personale o vorrebbe rinnegarlo?

 

 

LA  LIBERTA’  DI  ESSERE  PERSONALE

 

Dato che non sono più identificato adesso ad un insegnante di Advaita (e ancora meno ad un “insegnante di Advaita radicale”) queste regole nei miei incontri e ritiri non si applicano più :

 

Non parlare della propria storia personale

Non utilizzare le parole “io” o “me”

Se parlate della vostra storia personale, si riderà di voi o la vostra esperienza sarà respinta o invalidata, o sarete puniti. Vi si potrebbe dire ugualmente che “siete ancora presi nel sogno” o “ignoranti della vostra vera natura” o che “la libertà in tutta evidenza non è ancora arrivata”…

 

Si, tutto il mondo è libero, realmente libero. Grazie a Dio, per utilizzare le parole che desideriamo, di parlare delle proprie esperienze umane in modo sentito come giusto, onesto e vero per ognuno, di raccontare la propria storia. Le storie sono permesse - ogni esperienza umana è permessa. Certamente durante gli incontri o nei ritiri, non si tratta di compiacersi in queste storie, o di “arrangiarle”, ma non si tratta nemmeno di negarle o di rinnegarle.

 

In questi incontri, apportiamo una luce sulla storia, “il-luminiamo” il cercatore. Non nutriamo il cercatore di nuovi concetti, come “non c’è io” (anche se queste parole possono essere utilizzate in certe occasioni come indicatori), e non neghiamo l’apparenza del cercatore né pretendiamo che la sofferenza umana non esista (è così facile negare la sofferenza quando non soffrite!). Ciò che taglia corto all’ indulgenza nelle storie o al loro rifiuto, è la visione presente – una visione che non potete fare, una visione che siete già. Questi incontri rappresentano una riscoperta di questa visione – che è la fine della ricerca.

 

La vera libertà non è fuggire il personale per l’impersonale – ma trovarla nel cuore stesso dell’esperienza umana più intima.

 

Che sollievo di essere nuovamente un essere umano che vive e respira, di permettere alla vita di esprimere attraverso questo nome e questa forma umana, attraverso questa magnifica esperienza personale e di sapere che non è nient’altro che l’impersonale che gioca, danza e gioisce ad ogni istante. Ringrazio gli insegnanti dell’Advaita radicale per cantare le loro canzoni e mi discosto rispettosamente dalla loro tradizione una volta per tutte – in quanto tutte le tradizioni sono limitate ed il canto della vita non può essere contenuto. Il fondamentalismo non potrà reggere, l’amore distruggerà tutto alla fine.

 

 

Allora raccontami la tua storia, e lascia brillare l’impersonale.

  

 

 

 

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Una breve introduzione alla non-dualità

3millenaire - Mer, 18/01/2012

Richard Sylvester

Una  breve  introduzione  alla  non-dualita’

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Kharitian

 

 

E’ “questo”  ed  è  sufficiente

 

Queste cinque parole : “E’ questo ed è sufficiente” riassumono in maniera semplice la liberazione. Quando l’Unità è vista, è realizzato non solo che questo è tutto ciò che è, ma anche che è sufficiente. Quando il velo della separazione che ci fa considerare la vita quotidiana come acquisita e ci fa ricercare sempre più d’eccitazione, non è più presente, l’ordinario si trasforma in questo gioco meraviglioso della coscienza.

Vedere l’Unità è la fine della ricerca in quanto quando la vita di tutti i giorni è vista come un miracolo, non vi è più bisogno di ricercare chissà cosa per renderla stuzzicante. E’ per questo, quando il senso d’essere una persona è decaduto, una tendenza ad un rilassamento profondo prende posto, così come una gioia delle cose semplici come il fruscio delle foglie nel vento, la visione dell’acqua che ondeggia sulla superficie di un lago o l’odore del caffè appena tostato.

 

La fiera spirituale

 

E’ evidente che passare del tempo nella fiera della ricerca spirituale può essere molto divertente. Ciò può portarci della speranza, un fine, una cerchia di amici con cui condividere gli stessi interessi, la compagnia d’insegnanti molto carismatici e un modo di spendere gli extra dei nostri redditi. E’ anche un modo molto originale di passare il tempo tra la nascita e la morte, di viaggiare forse verso delle destinazioni molto esotiche con le nostre braccia coperte di vaccinazioni ed i nostri zaini pieni di medicinali contro la diarrea.

 

Ma ricercare porta anche la garanzia di non trovare, in quanto ciò ci allontana dalla presenza. Al punto che cercando il segreto dell’illuminazione laggiù, lontano e nel futuro, non possiamo  notare che è già qui, adesso.

 

Questo è già ciò che cerchiamo, la terra promessa, il paradiso sperato. Tuttavia, non può essere visto nel momento in cui il senso della separazione decade. Quando il sè è presente, riempie la vista delle sue nevrosi e dei suoi tentativi incessanti di richiamo all’attenzione, e non può essere realizzato che questo è già qui.

Se provate sempre piacere nella vostra ricerca spirituale, è meglio, probabilmente, che vi fermaste di leggere queste parole da subito e che vi ricordaste anche di non andare più, neanche una volta, ad un incontro della non-dualità. In effetti, se ciò che è scritto qui o ciò che viene detto in occasione di un incontro è veramente inteso, sarà la fine della ricerca spirituale e “la vostra testa sarà nella bocca della tigre”. Non ci saranno più scappatoie.

 

Il paradiso perduto

 

Molti fra noi si allontanano oggi da vecchie abitudini di confronto delle religioni e ricercano il punto comune che deve situarsi – come noi lo risentiamo – nel cuore di tutte le credenze e di tutti i cammini spirituali. Non ci concentriamo più solamente sulle differenze superficiali, che possono essere sì colorate, proviamo al contrario di trovare la verità comune soggiacente. Noi consideriamo che deve esserci un legame tra le immagini così differenti come la crocifissione, Ganesh il dio elefante, il Padre Sole e la Madre Luna, l’Ultima Cena, Kali e la sua collana di crani umani, i mandala, i dervisci rotanti, le statue in oro di Buddha, le ruote medicinali e la dea Iside del fiume.

La non-dualità – l’Unità – si trova al centro di tutte le religioni e di tutti i cammini spirituali, ma ciò è raramente riconosciuto. Benché siamo tutti nati nella completezza, acquisiamo molto giovani una coscienza di noi stessi e da qui nasce il sentimento di separazione e di perdita. In qualche modo, abbiamo l’impressione di essere stati rifiutati dal paradiso, e che ciò sia riconosciuto scientemente o no, trascorriamo le nostre vite a provare a ridiventare “interi” per re-integrare il paradiso. Abbiamo una magnifica immaginazione ed un enorme capacità a raccontare delle storie, ed il grande albero genealogico dell’evoluzione delle religioni, dei cammini spirituali, della saga dei profeti, degli dei, dei santi e dei pazzi, è il risultato della nostra pietosa e disperata ricerca.

 

Il paradiso ritrovato

 

La nostra ricerca è senza speranza in quanto non abbiamo mai perduto il paradiso. Il paradiso che noi proviamo a riguadagnare è sempre con noi, ma è nascosto dalla presenza del sè separato. Non abbiamo bisogno di perdere il  nostro senso della separazione per vedere che tutto è già qui. Ma il sè separato non può essere dissuaso dalla buona ragione che è un falso sè. Il falso sè è incapace di vedere la realtà.

 

L’occhio non può vedersi

Se non come un pallido riflesso

in uno specchio

Il sè non può trovarsi

Se non come un pallido riflesso

in un sogno.

 

Tuttavia, il falso sè non causato e non sollecitato può scomparire e in questa morte della persona, la completezza, l’unità, la non-dualità possono essere visti di nuovo. Il falso sè può cadere quando l’individuo è ancora in vita ma ciò non deve essere fonte d’inquietudine se non ne è il caso, in quanto alla morte del corpo non c’è in ogni caso che la liberazione. Prima di morire, Ramesh Balsekar ha scritto “Che significa la morte in fin dei conti? Significa la fine della lotta della vita quotidiana, la fine della dualità”.

 

Scienza, misticismo e amore incondizionato

 

Nella visione della non-dualità, nella liberazione – che è l’identica cosa – si è visto che non c’è nessuno avente un’autonomia ed una responsabilità per fare delle scelte in ciò che si chiamerebbe “la propria vita”. Si è anche visto che tutto giunge da niente, e che al cuore di questa meravigliosa manifestazione vi è il vuoto. Numerose tradizioni hanno toccato e parlato di questo vuoto, come il Buddismo, il Taoismo, l’Induismo ed anche il Cristianesimo. Fu discusso talvolta apertamente, o in modo molto più discreto, in quanto in  numerosi periodi era molto pericoloso di menzionare tali idee di fronte al terribile potere detenuto dai preti.

 

Recentemente, tuttavia, un nuovo fenomeno è apparso. La scienza sostiene ormai l’idea che non vi è individuo che faccia una scelta e che tutto sopravvenga dal vuoto.

Gli sviluppi della neuroscienza suggeriscono fortemente che non ci può essere una persona autonoma al centro della nostra esperienza. Di conseguenza numerosi psicologi sono d’accordo sul fatto che il libero arbitrio sia una illusione. La fisica quantistica ci dà un immagine dell’universo nella quale delle materie si disintegrano in un’energia di vibrazione    nella quale tutto si manifesta, a partire dal suono. La tradizione yogica dice che il mantra radice “Aum” è la vibrazione primordiale dell’universo. All’inizio era il verbo, ed il verbo era “Aum”.

Tuttavia, malgrado certe convergenze della scienza moderna e del misticismo, la scienza e la non dualità hanno delle viste completamente opposte sulla natura della coscienza. La scienza vede innanzitutto la materia, la coscienza non è che un sottoprodotto accidentale della materia. Saremmo quindi solo delle strutture fisiche che avrebbero sviluppato la coscienza dal gioco d’azzardo dovuto alla complessità crescente dell’organizzazione delle cellule, dei neuroni, e degli impulsi elettrici e chimici dei nostri cervelli. In altri termini, senza la materia non ci sarebbe coscienza. Tuttavia alla liberazione, si è visto che vi è solo coscienza, ciò che ritorna a dire che non vi è che il vuoto da dove nascono tutti i fenomeni ivi compresi quelli fisici. Altrimenti detto: senza la coscienza, non c’è materia.

 

Il fisico non dà vita alla coscienza. La coscienza dà vita al fisico.

 

La scienza non può scoprire questo. Solo una visione diretta può permettere di scoprirlo, quando la persona scompare.

La scienza, con tutti i suoi strumenti, non può maggiormente scoprire che la natura ultima del vuoto è l’amore incondizionato.

 

 

Bere del tè, mangiare del dolce

 

Nel momento in cui la liberazione è vista, la vita diviene meno complicata. Tutte le storie, che hanno alimentato la nostra vita, svaniscono e restiamo con la semplicità di queste. In questa semplicità, le piccole cose ordinarie della vita possono finalmente essere realmente apprezzate. Mi si chiede spesso dei consigli e generalmente rifiuto di darne. Ma se avessi dovuto darne anche soltanto uno, direi di distendersi e prendere piacere nelle cose semplici che amate fare, in quanto  nella vita quotidiana non è apprezzato, il miracolo di “questo” che non è visto.

Nella tradizione Zen è detto : “Prima della liberazione: tagliare il legno e portare l’acqua. Dopo la liberazione: tagliare il legno e portare l’acqua”. Preferisco: “Prima della liberazione: bere del tè e mangiare del dolce. Dopo la liberazione: bere del tè e mangiare del dolce”. Ma queste frasi vogliono dire la stessa cosa.

 

Alla fine, si vede che non c’è differenza: prima della liberazione e dopo la liberazione, essere addormentato ed essere risvegliato, tutto ciò è identico.

Nella liberazione è visto che l’individuo che pensiamo di essere non è altro che un’apparenza. Nel nostro cuore e nel cuore di ogni cosa si trova l’Essere indifferenziato a partire dal quale tutte le differenze appaiono. Non c’è del sè, non c’è individuo, persona.

L’errore che commettiamo più spesso a proposito della liberazione, è di credere che si tratti di qualcosa che un individuo può acquisire. Ma la liberazione è una perdita  – la perdita del senso che non c’è mai stato un individuo separato, un individuo che avrebbe potuto scegliere di fare qualcosa per ottenere la liberazione.

Nel momento in cui si vede che non vi è separazione, il sentimento di vulnerabilità e di paura che legato all’individuo si cancella e ciò che resta è il meravigliarsi della vita che si presenta. Al posto di un significato, c’è uno scoiattolo sul tronco grigio di un albero, zampe allargate, testa alta, vi fissa negli occhi. Al posto di un fine, c’è la stupefacente struttura della pelliccia di un gatto o del modo incredibile in cui una formica scala un ramo.

Con la scomparsa della sensazione di controllare la mia vita e di esserne responsabile, la vita è vissuta semplicemente e prende posto un rilassamento. C’è una sensazione di facilità e di libertà davanti a  tutto ciò che si presenta, e non vi è più voglia di “afferrare” ciò che potrebbe divenire.

 

 

 

Numerosi insegnanti della non-dualità suggeriscono che vi è qualcuno che possa fare qualcosa per guarire questo senso della separazione, in altri termini, che esiste una persona che può scoprire che non c’è persona. L’assurdità di questa idea è spesso nascosta da un sistema di pensiero estremamente complesso e sottile.

Degli insegnamenti di non-dualità avanzano frequentemente l’idea seduttrice che la liberazione può essere realizzata attraverso un cammino spirituale evolutivo. Ciò non ha, in realtà, nessun legame con la non-dualità, ma può presentarci una storia convincente, benché spogliata dei sensi.

A partire da questa storia appaiono le numerose vie, dottrine, tecniche, guru, insegnanti, venditori di mantra, laboratori e gruppi che costituiscono il bazar spirituale.

Ogni via di ricerca può condurre una persona a sentirsi più a proprio agio; ciò che è positivo, ma è tutto ciò che ottenete: una persona che si senta più a proprio agio nella propria prigione. Se siete in prigione, è meglio sentirsi comodi ma questo non fa uscire la persona dalla prigione nella quale ci si sente di essere.

Niente farà uscire la persona dalla sua prigione in quanto la persona è la prigione. Quando la persona sparisce, si vede che non vi è mai stata prigione.

Si vede che “io” e “voi” sono la luce nella quale tutto emerge.

 

                         Tratto da “Drink Tea, Eat Cake” apparso nel 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gio, 01/01/1970
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