meditazione
Prendere coscienza
Perché tanta resistenza ad evitare la via della consapevolezza e a scegliere invece la via dell'acquiescenza all'opinione comune, ossia al non pensiero? A parte la mancanza d'intelligenza e di coraggio, il problema è che non tutte le rivelazioni prodotte dalla consapevolezza sono piacevoli. Alcune sono decisamente squallide. Per esempio, la scoperta che siamo individui qualunque, che siamo come banderuole al vento, che non sappiamo decidere, che la nostra personalità è un'accozzaglia di luoghi comuni e di tratti presi in prestito da qualcun altro, e che insommache siamo già morti senza accorgercene . Rivelazioni che mettono a dura prova il nostro senso di autostima.
No, non sempre la consapevolezza passa per esperienze piacevoli. Ma è necessario affrontare per prima proprio quest'opera di demitizzazione e di ridimensionamento se si vuole approfondire la conoscenza di noi stessi. Ci credevamo chissà chi e invece scopriamo di essere delle nullità.
Ecco perché evitiamo la via della consapevolezza e preferiamo restare nella via dell'incoscienza. Non vogliamo svegliarci dal nostro sonno di illusioni. Siamo figli di Dio, perbacco, e abbiamo un'anima immortale assicurata! Perché uscire da questo gratificante sogno ad occhi aperti?
Perché ciò che diciamo non conta nulla: avere un'origine divina non significa niente, perché tutto ha un'origine divina, anche il criminale e il gatto; e quanto alla vita immortale, può essere un'immortalità di noia e di batoste.
In realtà c'è molto da fare per uscire dalle nostre confortanti illusioni, c'è un lavoro da compiere per risvegliarci da un sonno millenario. E per prendere coscienza.
No, non sempre la consapevolezza passa per esperienze piacevoli. Ma è necessario affrontare per prima proprio quest'opera di demitizzazione e di ridimensionamento se si vuole approfondire la conoscenza di noi stessi. Ci credevamo chissà chi e invece scopriamo di essere delle nullità.
Ecco perché evitiamo la via della consapevolezza e preferiamo restare nella via dell'incoscienza. Non vogliamo svegliarci dal nostro sonno di illusioni. Siamo figli di Dio, perbacco, e abbiamo un'anima immortale assicurata! Perché uscire da questo gratificante sogno ad occhi aperti?
Perché ciò che diciamo non conta nulla: avere un'origine divina non significa niente, perché tutto ha un'origine divina, anche il criminale e il gatto; e quanto alla vita immortale, può essere un'immortalità di noia e di batoste.
In realtà c'è molto da fare per uscire dalle nostre confortanti illusioni, c'è un lavoro da compiere per risvegliarci da un sonno millenario. E per prendere coscienza.
Categorie: meditazione
Saper vedere
Diceva Saramago che la perdita della vista fisica è sì una cosa grave, ma non più grave della perdita della vista generale, ossia della capacità di vedere l'insieme delle cose, la loro interrelazione e la loro reciproca posizione; non più grave del rinchiudersi nel proprio orticello, nel proprio piccolo interesse privato. Non è esattamente quello che succede oggi? Il problema è che nessuno insegna agli uomini a "vedere"; e così essi guardano ma non vedono, hanno occhi per vedere ma non li usano...o li usano soltanto per contare i loro soldi, per ingrassare il loro piccolo o grande patrimonio. Troppo poco. Ogni tanto bisogna sapersi innalzare al di sopra delle piccole cose e dei propri affari personali, e salire come su una montagna per guardare tutto dall'alto. Anche questa è meditazione.
Categorie: meditazione
Impermanenza
La prima delle "quattro nobili verità" del buddhismo è che "tutte le cose sono impermanenti" e la seconda è che "tutte le cose sono soggette alla sofferenza". Le cose sono impermanenti perché sono soggette allo scorrere del tempo, all'invecchiamento, alle malattie e alla disgregazione; di conseguenza nessuna può sfuggire alla sofferenza. Nessuno potrebbe contestare queste affermazioni: tutti siamo coscienti che le cose sono impermanenti e che nessuna può sfuggire alla sofferenza. La vita è un evolversi e un mutare continuo, e questo non può non produrre dolore.
Tutte le fisolofie, tutte le saggezze sono giunte a questa constatazione.
Ma a questo punto la saggezza si biforca. Dalla consapevolezza che le cose impermanenti derivano due atteggiamenti opposti: nel primo, proprio perché sappiamo che niente dura, cerchiamo di apprezzare e di sfruttare il più possibile le fonti di piacere e di felicità. Questa è una prima forma di saggezza, che ci porta ad attaccarci ancora di più alle cose. Nel secondo atteggiamento, invece, cerchiamo di distaccarci da ogni cosa, anche da quelle che procurano una gioia passeggera. Quale dei due è quello giusto?
In realtà non c'è contraddizione. Perché chi rinunciasse a tutto, anche all'amore, alla famiglia e ai beni, sarebbe comunque soggetto alla sofferenza. Forse soffrirebbe meno acutamente, ma soffrirebbe comunque e la sua vita sarebbe squallida e vuota.
Una saggezza più profonda ci dice dunque un'altra cosa. Dobbiamo saper apprezzare e sfruttare le fonti di felicità, dobbiamo minimizzare le cause di infelicità e dobbiamo essere consapevoli ad ogni momento che tutto può disgregarsi e finire. Questa consapevolezza ci rende ancora più sensibili ai beni che ci vengono elargiti, ma ci fa anche capire niente è veramente in nostro possesso e che tutto è destinato a sfuggirci di mano. Si tratta di un atteggiamento che potremmo definire meditativo. Bellezza e malinconia della vita...Innanzitutto è bene distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. Un amore è importante; il tifo calcistico è una stupidaggine. Dunque, se è bene conservare l'amore, è una stupidaggine soffrire per il tifo calcistico. Ritroviamo la giusta dimensione delle cose.
In secondo luogo, dobbiamo essere consapevoli che, per quanto quell'amore sia importante, può finire da un momento all'altro: possiamo innamorarci di un'altra persona, possiamo essere traditi o abbandonati, possiamo perdere nel corso del tempo quel sentimento, ecc. Questa consapevolezza non ci deve portare alla rinuncia (dovuta alla paura di soffrire), ma ad una meditazione su quell'amore - una meditazione in cui si affaccia comunque l'idea del distacco. Il distacco in fondo non dipende da noi, ma dipende dal corso delle cose.
Distaccarsi è prendere le distanze, è vedere le cose da punti di vista diversi, è penetrare e prevedere. Che cosa succederà se la persona amata mi tradirà o mi lascerà? Non potrò più vivere? A molti succede proprio questo. Ma, se nel frattempo avrò lavorato a meditare, l'abbandono non mi coglierà impreparato e io avrò scoperto altre ragioni per vivere, al di là anche di quell'amore.
Si applichi ora questo tipo di meditazione al legame affettivo primario: quello con se stessi. In effetti, anche il legame con se stessi è destinato a finire con un distacco. Ma è una fine o una "liberazione da"? Per rispondere a questa domanda bisogna andare molto più a fondo, al di là anche degli insegnamenti standardizzati della varie religioni.
Tutte le fisolofie, tutte le saggezze sono giunte a questa constatazione.
Ma a questo punto la saggezza si biforca. Dalla consapevolezza che le cose impermanenti derivano due atteggiamenti opposti: nel primo, proprio perché sappiamo che niente dura, cerchiamo di apprezzare e di sfruttare il più possibile le fonti di piacere e di felicità. Questa è una prima forma di saggezza, che ci porta ad attaccarci ancora di più alle cose. Nel secondo atteggiamento, invece, cerchiamo di distaccarci da ogni cosa, anche da quelle che procurano una gioia passeggera. Quale dei due è quello giusto?
In realtà non c'è contraddizione. Perché chi rinunciasse a tutto, anche all'amore, alla famiglia e ai beni, sarebbe comunque soggetto alla sofferenza. Forse soffrirebbe meno acutamente, ma soffrirebbe comunque e la sua vita sarebbe squallida e vuota.
Una saggezza più profonda ci dice dunque un'altra cosa. Dobbiamo saper apprezzare e sfruttare le fonti di felicità, dobbiamo minimizzare le cause di infelicità e dobbiamo essere consapevoli ad ogni momento che tutto può disgregarsi e finire. Questa consapevolezza ci rende ancora più sensibili ai beni che ci vengono elargiti, ma ci fa anche capire niente è veramente in nostro possesso e che tutto è destinato a sfuggirci di mano. Si tratta di un atteggiamento che potremmo definire meditativo. Bellezza e malinconia della vita...Innanzitutto è bene distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. Un amore è importante; il tifo calcistico è una stupidaggine. Dunque, se è bene conservare l'amore, è una stupidaggine soffrire per il tifo calcistico. Ritroviamo la giusta dimensione delle cose.
In secondo luogo, dobbiamo essere consapevoli che, per quanto quell'amore sia importante, può finire da un momento all'altro: possiamo innamorarci di un'altra persona, possiamo essere traditi o abbandonati, possiamo perdere nel corso del tempo quel sentimento, ecc. Questa consapevolezza non ci deve portare alla rinuncia (dovuta alla paura di soffrire), ma ad una meditazione su quell'amore - una meditazione in cui si affaccia comunque l'idea del distacco. Il distacco in fondo non dipende da noi, ma dipende dal corso delle cose.
Distaccarsi è prendere le distanze, è vedere le cose da punti di vista diversi, è penetrare e prevedere. Che cosa succederà se la persona amata mi tradirà o mi lascerà? Non potrò più vivere? A molti succede proprio questo. Ma, se nel frattempo avrò lavorato a meditare, l'abbandono non mi coglierà impreparato e io avrò scoperto altre ragioni per vivere, al di là anche di quell'amore.
Si applichi ora questo tipo di meditazione al legame affettivo primario: quello con se stessi. In effetti, anche il legame con se stessi è destinato a finire con un distacco. Ma è una fine o una "liberazione da"? Per rispondere a questa domanda bisogna andare molto più a fondo, al di là anche degli insegnamenti standardizzati della varie religioni.
Categorie: meditazione
La religione del futuro
Sarà un bel giorno quello in cui l'umanità si libererà dell'idea del Dio personale, che ha creato l'uomo per giudicarlo. Dico che sarà un bel giorno perché vorrà dire che gli uomini avranno imparato a comportarsi bene senza bisogno di premi e di castighi ultreterreni, senza bisogno di Padroni eterni. Sì, perché, a questa idea primitiva del Dio Padrone corrisponde quella della necessità del padrone terreno. Anzi, si può dire che l'idea del Padre-Padrone divino sia una conseguenza di quella del padre-padrone terreno - una convinzione che nasce dalla necessità dell'uomo animale di avere un capobranco. E questa necessità nasce a sua volta dal fatto che l'uomo non è autonomo, non è in grado di riflettere e di meditare, ed ha quindi sempre bisogno di qualcuno che lo guidi. Si pensi dunque alla rozzezza di questa fede.
A quel punto gli uomini avranno imparato ad autogovernarsi. Diceva a questo proposito Albert Einstein: "La religione del futuro dovrà essere una religione cosmica, che trascenda il Dio personale ed eviti dogmi e teologie. Dovrà abbracciare la sfera naturale e quella spirituale, basandosi su un senso religioso che nasce dal sentire tutte le cose naturali e spirituali come un'unità carica di senso".
Siamo a quel punto? Non mi pare. Le masse hanno ancora bisogno di qualcuno da idolatrare, e, quando non trovano qualche Dio immaginario, ecco che vanno a idolatrare qualche sua presunta incarnazione o qualche papa fasullo o qualche divo dei nostri tempi. Tutto, pur di non usare la propria consapevolezza e la propria autodeterminazione.
A quel punto gli uomini avranno imparato ad autogovernarsi. Diceva a questo proposito Albert Einstein: "La religione del futuro dovrà essere una religione cosmica, che trascenda il Dio personale ed eviti dogmi e teologie. Dovrà abbracciare la sfera naturale e quella spirituale, basandosi su un senso religioso che nasce dal sentire tutte le cose naturali e spirituali come un'unità carica di senso".
Siamo a quel punto? Non mi pare. Le masse hanno ancora bisogno di qualcuno da idolatrare, e, quando non trovano qualche Dio immaginario, ecco che vanno a idolatrare qualche sua presunta incarnazione o qualche papa fasullo o qualche divo dei nostri tempi. Tutto, pur di non usare la propria consapevolezza e la propria autodeterminazione.
Categorie: meditazione
Meditazione e preghiera contemplativa
Nella preghiera si cerca l’aiuto di un’Entità superiore, nel presupposto che sia potente e voglia aiutarci. Nella meditazione si cerca di fare appello alle proprie energie più profonde, si cerca di mobilitare le proprie forze e il proprio potere, che sono comunque quelle dell’universo e dunque divine. Nelle prime si usano parole e si chiede qualcosa di preciso; nella seconda non si usano parole e si cerca calma, energia e chiarezza.
Esiste comunque un livello della preghiera in cui non si fa ricorso a parole e non si chiede nulla: ci si limita a stare in presenza dell’Entità superiore, sperando di attingere alla sua forza. Questa preghiera contemplativa è il livello più elevato di orazione ed è molto vicina alla meditazione.
Naturalmente, preghiera e meditazione non si escludono a vicenda. Come dice un proverbio, “aiutati che Dio ti aiuta”.
Esiste comunque un livello della preghiera in cui non si fa ricorso a parole e non si chiede nulla: ci si limita a stare in presenza dell’Entità superiore, sperando di attingere alla sua forza. Questa preghiera contemplativa è il livello più elevato di orazione ed è molto vicina alla meditazione.
Naturalmente, preghiera e meditazione non si escludono a vicenda. Come dice un proverbio, “aiutati che Dio ti aiuta”.
Categorie: meditazione
Violenza religiosa
Le religioni non smettono mai di stupire per la loro carica di violenza, più o meno sotterranea, più o meno dissimulata. E non mi riferisco solo ai vari terrorismi d’ispirazione religiosa, ma soprattutto a certe violenze sulle coscienze. Per esempio, nella Chiesa cattolica, qualcuno ha pensato bene di spostare l’età della prima comunione a sette anni. Perché mai? Forse perché a sette anni non si può avere nessun senso critico e si accettano meglio le verità rivelate? Certo, in questo sforzo di condizionamento precoce, la palma della violenza psicologica spetta al battesimo, in cui addirittura il neonato viene marchiato con una cerimonia di appartenenza. Nessuno pretende una partecipazione consapevole. Al contrario! Più sono inconsapevoli, meglio possono essere indottrinati.
La volontà di prevaricazione dei religiosi di professione è infinita, e parte sempre dalla convinzione di essere i depositari di qualche verità, addirittura gli unici mediatori e interpreti della volontà divina. Interpreti interessati, perché a loro poi spetta una parte del potere con cui alcuni uomini dominano gli altri uomini. A questa volontà di potere fa da contrappunto la volontà di sottomissione delle grandi masse di fedeli, i quali arrivano a credere che, per esempio, Dio si metta a verificare se i morti siano circoncisi o battezzati o se abbiano osservato un mese di digiuno. Saremmo nel ridicolo, se non fossimo nel tragico dell’ignoranza umana.
La volontà di prevaricazione dei religiosi di professione è infinita, e parte sempre dalla convinzione di essere i depositari di qualche verità, addirittura gli unici mediatori e interpreti della volontà divina. Interpreti interessati, perché a loro poi spetta una parte del potere con cui alcuni uomini dominano gli altri uomini. A questa volontà di potere fa da contrappunto la volontà di sottomissione delle grandi masse di fedeli, i quali arrivano a credere che, per esempio, Dio si metta a verificare se i morti siano circoncisi o battezzati o se abbiano osservato un mese di digiuno. Saremmo nel ridicolo, se non fossimo nel tragico dell’ignoranza umana.
Categorie: meditazione
Gli uomini della provvidenza
Che cosa spingerà un uomo come don Verzé, che ha creato un enorme ospedale, a definire e a ribadire che Berlusconi è "l'uomo della provvidenza"? Gli sembra davvero che l'Italia vada tanto bene? Perché rispolverare queste espressioni che furono già usate dalla Chiesa per Mussolini? Anche Mussolini fu definito "l'uomo della provvidenza"...e finì come finì.
Questo è un lascito della cultura cattolica, la quale crede ancora che basti un uomo a salvare un intero paese o il mondo intero.
La storia ci dice che non è così. Nessun dittatore ha mai salvato nessun popolo.
L’Italia si salverà non quando avrà trovato l’uomo della provvidenza, ma quando avrà trovato sessanta milioni di uomini della provvidenza.
Che cosa voglio dire? Che non bisogna aspettarsi che qualcuno ci salvi. Ma che ognuno di noi deve rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Bisogna insomma sostituire all’idea autoritaria della dipendenza quella dell’autonomia e dell’impegno individuale.
È inutile che ti chiedi quale sarà l’uomo che ti salverà. Quell’uomo sei tu. Anzi, più lo cercherai fuori, meno lo troverai.
Purtroppo, queste categorie mentali continuano a influenzare le persone più inconsapevoli, le quali credono ancora che basti affidare tutto il potere ad un uomo solo per risolvere ogni problema. Una cultura vecchia e superata.
Cultura della dipendenza, cultura delle pecore, che non sanno autodeterminarsi e aspettano solo un "buon pastore" che le guidi. E così restano sempre pecore, e non crescono mai. Un popolo non si salva per un uomo, ma per i milioni di individui che lo compongono.
Dobbiamo capire che solo sviluppando le energie e l'autonomia dei singoli, e non muovendosi come un gregge di pecore, che i popoli progrediscono e si salvano. Cultura dell'autodeterminazione contro cultura della sottomissione.
Questo è un lascito della cultura cattolica, la quale crede ancora che basti un uomo a salvare un intero paese o il mondo intero.
La storia ci dice che non è così. Nessun dittatore ha mai salvato nessun popolo.
L’Italia si salverà non quando avrà trovato l’uomo della provvidenza, ma quando avrà trovato sessanta milioni di uomini della provvidenza.
Che cosa voglio dire? Che non bisogna aspettarsi che qualcuno ci salvi. Ma che ognuno di noi deve rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Bisogna insomma sostituire all’idea autoritaria della dipendenza quella dell’autonomia e dell’impegno individuale.
È inutile che ti chiedi quale sarà l’uomo che ti salverà. Quell’uomo sei tu. Anzi, più lo cercherai fuori, meno lo troverai.
Purtroppo, queste categorie mentali continuano a influenzare le persone più inconsapevoli, le quali credono ancora che basti affidare tutto il potere ad un uomo solo per risolvere ogni problema. Una cultura vecchia e superata.
Cultura della dipendenza, cultura delle pecore, che non sanno autodeterminarsi e aspettano solo un "buon pastore" che le guidi. E così restano sempre pecore, e non crescono mai. Un popolo non si salva per un uomo, ma per i milioni di individui che lo compongono.
Dobbiamo capire che solo sviluppando le energie e l'autonomia dei singoli, e non muovendosi come un gregge di pecore, che i popoli progrediscono e si salvano. Cultura dell'autodeterminazione contro cultura della sottomissione.
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Gli uomini della provvidenza
Che cosa spingerà un uomo come don Verzé, che ha creato un enorme ospedale, a definire e a ribadire che Berlusconi è "l'uomo della provvidenza"? Gli sembra davvero che l'Italia vada tanto bene? Perché rispolverare queste espressioni che furono già usate dalla Chiesa per Mussolini? Anche Mussolini fu definito "l'uomo della provvidenza"...e finì come finì.
Questo è un lascito della cultura cattolica, la quale crede ancora che basti un uomo a salvare un intero paese o il mondo intero.
La storia ci dice che non è così. Nessun dittatore ha mai salvato nessun popolo.
L’Italia si salverà non quando avrà trovato l’uomo della provvidenza, ma quando avrà trovato sessanta milioni di uomini della provvidenza.
Che cosa voglio dire? Che non bisogna aspettarsi che qualcuno ci salvi. Ma che ognuno di noi deve rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Bisogna insomma sostituire all’idea autoritaria della dipendenza quella dell’autonomia e dell’impegno individuale.
È inutile che ti chiedi quale sarà l’uomo che ti salverà. Quell’uomo sei tu. Anzi, più lo cercherai fuori, meno lo troverai.
Purtroppo, queste categorie mentali continuano a influenzare le persone più inconsapevoli, le quali credono ancora che basti affidare tutto il potere ad un uomo solo per risolvere ogni problema. Una cultura vecchia e superata.
Cultura della dipendenza, cultura delle pecore, che non sanno autodeterminarsi e aspettano solo un "buon pastore" che le guidi. E così restano sempre pecore, e non crescono mai. Un popolo non si salva per un uomo, ma per i milioni di individui che lo compongono.
Dobbiamo capire che solo sviluppando le energie e l'autonomia dei singoli, e non muovendosi come un gregge di pecore, che i popoli progrediscono e si salvano. Cultura dell'autodeterminazione contro cultura della sottomissione.
Questo è un lascito della cultura cattolica, la quale crede ancora che basti un uomo a salvare un intero paese o il mondo intero.
La storia ci dice che non è così. Nessun dittatore ha mai salvato nessun popolo.
L’Italia si salverà non quando avrà trovato l’uomo della provvidenza, ma quando avrà trovato sessanta milioni di uomini della provvidenza.
Che cosa voglio dire? Che non bisogna aspettarsi che qualcuno ci salvi. Ma che ognuno di noi deve rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Bisogna insomma sostituire all’idea autoritaria della dipendenza quella dell’autonomia e dell’impegno individuale.
È inutile che ti chiedi quale sarà l’uomo che ti salverà. Quell’uomo sei tu. Anzi, più lo cercherai fuori, meno lo troverai.
Purtroppo, queste categorie mentali continuano a influenzare le persone più inconsapevoli, le quali credono ancora che basti affidare tutto il potere ad un uomo solo per risolvere ogni problema. Una cultura vecchia e superata.
Cultura della dipendenza, cultura delle pecore, che non sanno autodeterminarsi e aspettano solo un "buon pastore" che le guidi. E così restano sempre pecore, e non crescono mai. Un popolo non si salva per un uomo, ma per i milioni di individui che lo compongono.
Dobbiamo capire che solo sviluppando le energie e l'autonomia dei singoli, e non muovendosi come un gregge di pecore, che i popoli progrediscono e si salvano. Cultura dell'autodeterminazione contro cultura della sottomissione.
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Sati: la presenza mentale
Si fanno campagne contro la distrazione in automobile per evitare gli incidenti stradali: mentre guidate, non telefonate, non parlate, non guardate schermi, non pensate ad altro, ecc. In sostanza, fate una sola cosa alla volta; se guidate, guidate e basta, concentratevi solo sulla guida.
E' il principio della sati, la presenza mentale.
La sati dovrebbe essere applicata ad ogni attività della vita. Altrimenti, si vive distratti. Si fa una cosa, ma si pensa ad un altra...con il risultato che si fa tutto a metà e male.
Come dice il Dhammapada, "i disattenti è come se fossero già morti..L'attenzione è la via che conduce all'immortalità".
Dunque, l'Occidente riscopre antichi principi orientali, convalidandone la giustezza. Provate a respirare con la sati: respirare e basta, respirare con presenza mentale, con totale consapevolezza.
E' il principio della sati, la presenza mentale.
La sati dovrebbe essere applicata ad ogni attività della vita. Altrimenti, si vive distratti. Si fa una cosa, ma si pensa ad un altra...con il risultato che si fa tutto a metà e male.
Come dice il Dhammapada, "i disattenti è come se fossero già morti..L'attenzione è la via che conduce all'immortalità".
Dunque, l'Occidente riscopre antichi principi orientali, convalidandone la giustezza. Provate a respirare con la sati: respirare e basta, respirare con presenza mentale, con totale consapevolezza.
Categorie: meditazione
Il Medioevo della mente
Fra le recenti note varate dal Papa per combattere la corruzione nella Chiesa, spiccano due elementi: il fatto che l'ordinazione di una donna rientri tra i "delitti gravi", come un reato di pedofilia o un sacrilegio eucaristico, e il fatto che cercare di celebrare l'Eucarestia con gli altri cristiani sia considerato un "delitto gravissimo".
Insomma, nella Chiesa il Medioevo non è mai finito. E se si pensa che è questa la cultura che influenza l'Italia, si capisce perché siamo caduti così in basso.
Insomma, nella Chiesa il Medioevo non è mai finito. E se si pensa che è questa la cultura che influenza l'Italia, si capisce perché siamo caduti così in basso.
Categorie: meditazione
La gestione delle emozioni
In meditazione, prima o poi bisogna arrivare a una gestione delle emozioni; altrimenti non si può andare oltre un livello convenzionale dei comportamenti emotivi – e quindi non si può andare molto in là sulla strada della meditazione stessa. Di solito, a questo punto, si parla di emozioni negative. Ma la distinzione fra emozioni positive ed emozioni negative è sempre relativa. Per esempio, la rabbia è considerata un sentimento negativo. Tuttavia la sua spinta può essere quanto mai utile a superare situazioni difficili. Lo stesso vale per la paura, per l’odio e per il desiderio: non si può buttare via il loro impeto emotivo limitandosi ad una semplice repressione, come se fossimo dei semplici pretini.
Bisogna saper distinguere innanzitutto tra sensazioni e reazioni; bisogna cioè saper individuare, isolare e stare con la sensazione. Il suo impeto può essere particolarmente utile per dare energia alla nostra vita. Ma, a tale scopo, è necessario saper assaporare l’emozione e utilizzarla per altri sbocchi: si potrebbe anche parlare di sublimazione.
Nel momento in cui si riesce a stare con la sensazione, la sua forza può essere deviata verso altre mete, diverse da quelle originarie. In tal senso le emozioni sono tutte positive. L’importante è saperle trasformare e manipolare.
La cosa è particolarmente importante per il desiderio e per il piacere. Un desiderio genuino è un’enorme forza, che può essere convogliata verso sbocchi diversi. Un desiderio è sempre la voglia di ottenere e di godere qualcosa. Perfino il desiderio di illuminazione rientra in questa categoria, e non è diverso per esempio dal desiderio sessuale. Infatti, non abbiamo una cosa e tendiamo ad essa perché sentiamo che può darci gioia ed energia. Ma anche qui il punto è riuscire a stare con la sensazione, facendocene pervadere l’intero organismo.
Mentre però è giusto cercare di limitare gli impulsi della rabbia, dell’odio o della paura, pur utilizzando la loro spinta, nel caso del desiderio bisogna cercare di rilassarsi nella sensazione e riuscire ad espanderla, fino a farla diventare onnipervadente. La sensazione non dev’essere più limitata a una particolare persona o a un particolare oggetto. Ma va lasciata illuminare a poco a poco l’intero essere. Ecco come nasce in meditazione la beatitudine. Naturalmente molto dipende dalla qualità e dall’intensità della forza iniziale. Ma resta il fatto che, nel campo delle emozioni, non bisogna mai buttare via niente.
Bisogna saper distinguere innanzitutto tra sensazioni e reazioni; bisogna cioè saper individuare, isolare e stare con la sensazione. Il suo impeto può essere particolarmente utile per dare energia alla nostra vita. Ma, a tale scopo, è necessario saper assaporare l’emozione e utilizzarla per altri sbocchi: si potrebbe anche parlare di sublimazione.
Nel momento in cui si riesce a stare con la sensazione, la sua forza può essere deviata verso altre mete, diverse da quelle originarie. In tal senso le emozioni sono tutte positive. L’importante è saperle trasformare e manipolare.
La cosa è particolarmente importante per il desiderio e per il piacere. Un desiderio genuino è un’enorme forza, che può essere convogliata verso sbocchi diversi. Un desiderio è sempre la voglia di ottenere e di godere qualcosa. Perfino il desiderio di illuminazione rientra in questa categoria, e non è diverso per esempio dal desiderio sessuale. Infatti, non abbiamo una cosa e tendiamo ad essa perché sentiamo che può darci gioia ed energia. Ma anche qui il punto è riuscire a stare con la sensazione, facendocene pervadere l’intero organismo.
Mentre però è giusto cercare di limitare gli impulsi della rabbia, dell’odio o della paura, pur utilizzando la loro spinta, nel caso del desiderio bisogna cercare di rilassarsi nella sensazione e riuscire ad espanderla, fino a farla diventare onnipervadente. La sensazione non dev’essere più limitata a una particolare persona o a un particolare oggetto. Ma va lasciata illuminare a poco a poco l’intero essere. Ecco come nasce in meditazione la beatitudine. Naturalmente molto dipende dalla qualità e dall’intensità della forza iniziale. Ma resta il fatto che, nel campo delle emozioni, non bisogna mai buttare via niente.
Categorie: meditazione
La meditazione sui tre tempi
La meditazione su passato, futuro e presente serve a cambiare il nostro modo di considerare il tempo e si svolge così. Si diviene consapevoli dei momenti in cui ci ricordiamo di qualcosa. Dove siamo? Nel passato? In realtà, ci ricordiamo di un evento passato, ma siamo comunque nel presente. Infatti il passato è passato e non può più essere ricuperato.
Poi diventiamo consapevoli dei momenti in cui pensiamo al futuro, per esempio perché speriamo, temiamo o progettiamo qualcosa. Dove siamo in quei momenti? In realtà, anche se pensiamo al futuro, siamo ancora nel presente. Il futuro in sé non c’ mai.
Che cosa concludiamo? Che esiste solo il presente?
Ma che cos’è il presente? Possiamo afferrarlo? Non pare proprio: nel momento in cui lo afferriamo, è già passato.
Domandiamoci allora come definiamo il presente. È evidente che lo definiamo in relazione a un passato e a un futuro. Il presente in sé sembra non esistere. E non è afferrabile.
Questo esercizio ci aiuta a capire come ci troviamo sempre in balia di concetti, di prodotti della mente, di luoghi comuni. Ma la realtà, la verità, sta altrove. Non quando la mente pensa, ma altrove...sempre in un altrove, che è trascendenza.
Poi diventiamo consapevoli dei momenti in cui pensiamo al futuro, per esempio perché speriamo, temiamo o progettiamo qualcosa. Dove siamo in quei momenti? In realtà, anche se pensiamo al futuro, siamo ancora nel presente. Il futuro in sé non c’ mai.
Che cosa concludiamo? Che esiste solo il presente?
Ma che cos’è il presente? Possiamo afferrarlo? Non pare proprio: nel momento in cui lo afferriamo, è già passato.
Domandiamoci allora come definiamo il presente. È evidente che lo definiamo in relazione a un passato e a un futuro. Il presente in sé sembra non esistere. E non è afferrabile.
Questo esercizio ci aiuta a capire come ci troviamo sempre in balia di concetti, di prodotti della mente, di luoghi comuni. Ma la realtà, la verità, sta altrove. Non quando la mente pensa, ma altrove...sempre in un altrove, che è trascendenza.
Categorie: meditazione
Meditazione » Pellegrinaggio interiore
Questa meditazione consiste nel cercare ciò che permane al di là di qualunque cambiamento, nell'osservare se stessi sino a pervenire all'indistruttibile, all'inalienabile, a individuare l'elemento invariante della propria personalità ...
Categorie: meditazione
Steps (Il percorso di meditazione) » Centralità dello spirito
Lo spirito è l'essenza, per sua natura indefinibile, intangibile, ma non per questo meno reale. Lo percepisci quando sei particolarmente concentrato ...
Categorie: meditazione
Racconti per meditare » Il vero miracolo
Tra le "101 storie zen" ne rammento una in particolare. Quella che narra del "vero miracolo". Un prete si era ingelosito a tal punto del successo di pubblico di un noto maestro zen ...
Categorie: meditazione
Distacco e indifferenza
Non bisogna confondere il distacco con l’indifferenza. L’indifferenza non distingue tra cose importanti e cose senza valore. Il distacco mira a liberarsi delle cose superflue per concentrarsi sulle cose essenziali.
L’indifferenza porta alla confusione. Il distacco porta alla serenità.
Il distacco comporta compassione. L’indifferenza comporta insensibilità.
L’indifferenza è il terreno su cui crescono le tirannie. Il distacco è il terreno su cui non possono attecchire.
L’indifferenza porta alla confusione. Il distacco porta alla serenità.
Il distacco comporta compassione. L’indifferenza comporta insensibilità.
L’indifferenza è il terreno su cui crescono le tirannie. Il distacco è il terreno su cui non possono attecchire.
Categorie: meditazione
Distacco e indifferenza
Non bisogna confondere il distacco con l’indifferenza. L’indifferenza non distingue tra cose importanti e cose senza valore. Il distacco mira a liberarsi delle cose superflue per concentrarsi sulle cose essenziali.
L’indifferenza porta alla confusione. Il distacco porta alla serenità.
Il distacco comporta compassione. L’indifferenza comporta insensibilità.
L’indifferenza è il terreno su cui crescono le tirannie. Il distacco è il terreno su cui non possono attecchire.
L’indifferenza porta alla confusione. Il distacco porta alla serenità.
Il distacco comporta compassione. L’indifferenza comporta insensibilità.
L’indifferenza è il terreno su cui crescono le tirannie. Il distacco è il terreno su cui non possono attecchire.
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Il bisogno di credere
Enzo Bianchi, priore di Bose, sostiene che tutti abbiamo bisogno di credere che alla fine non prevarranno il male e la morte. Ed è vero.
Ma, su questa profonda esigenza, quante speculazioni e quanti mistificazioni da parte delle religioni organizzate! Un vero e proprio sfruttamento spirituale. Perché le religioni ti propongono interpretazioni e utilizzazioni di questa esigenza. E incominciano a chiamarla Dio e poi sostengono che ha determinate caratteristiche e che loro ne sono le uniche interpreti. Insomma, tutte affermazioni prive di fondamento.
Succede un po’ come quando dall’esigenza sessuale nasce la prostituzione.
Ma, su questa profonda esigenza, quante speculazioni e quanti mistificazioni da parte delle religioni organizzate! Un vero e proprio sfruttamento spirituale. Perché le religioni ti propongono interpretazioni e utilizzazioni di questa esigenza. E incominciano a chiamarla Dio e poi sostengono che ha determinate caratteristiche e che loro ne sono le uniche interpreti. Insomma, tutte affermazioni prive di fondamento.
Succede un po’ come quando dall’esigenza sessuale nasce la prostituzione.
Categorie: meditazione
Damnatio memoriae
La damnatio memoriae era il sistema con cui nell’antichità si cercava di far sparire ogni traccia di un nemico, perfino il ricordo del suo nome.
Ma la damnatio memoriae è una specie di peccato originale. Infatti, ogni giovane non ha il patrimonio di ricordi che gli permetta di giudicare. E deve farselo a poco a poco con la conoscenza e con l’esperienza.
Se fosse possibile trasmettere la memoria, l’umanità potrebbe fare un salto evolutivo gigantesco. E, invece, a ogni morte, si cancella una memoria, e si deve ricominciare daccapo. Insomma, una vera e propria maledizione.
Ma la damnatio memoriae è una specie di peccato originale. Infatti, ogni giovane non ha il patrimonio di ricordi che gli permetta di giudicare. E deve farselo a poco a poco con la conoscenza e con l’esperienza.
Se fosse possibile trasmettere la memoria, l’umanità potrebbe fare un salto evolutivo gigantesco. E, invece, a ogni morte, si cancella una memoria, e si deve ricominciare daccapo. Insomma, una vera e propria maledizione.
Categorie: meditazione
Genetica e karma
Da un punto di vista genetico, noi siamo ciò che sono stati i nostri genitori, i nostri nonni e i nostri progenitori.
Ma anche da un punto di vista karmico. Che cos’è la genetica se non un karma solidificato?
Genetica favorevole o sfavorevole? Karma favorevole o sfavorevole...? Ognuno esamini se stesso...e la propria eredità.
Ma anche da un punto di vista karmico. Che cos’è la genetica se non un karma solidificato?
Genetica favorevole o sfavorevole? Karma favorevole o sfavorevole...? Ognuno esamini se stesso...e la propria eredità.
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